“Donne che hanno fatto l’Italia: alle radici della nostra Costituzione”: nuovo appuntamento di BonelliErede dedicato a diversity & inclusion
Presso gli uffici di BonelliErede si è svolto un nuovo appuntamento del ciclo “D&I Talks” promosso dal Comitato Diversity & Inclusion dello studio.
L’incontro, dal titolo “Donne che hanno fatto l’Italia: alle radici della nostra Costituzione”, ha offerto l’occasione per riflettere sul ruolo delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946, protagoniste di un contributo decisivo alla definizione dei principi fondamentali della Costituzione italiana e, in particolare, dell’articolo 3 dedicato al principio di uguaglianza.
Ad aprire l’evento sono stati i saluti di Eliana Catalano, Managing Partner, e Catia Tomasetti, Partner e chairwoman del Comitato Diversity & Inclusion dello studio. La moderazione è stata affidata alla Partner Monica Iacoviello.
Al centro del confronto il dialogo tra la Prof.ssa Marta Cartabia – docente di Diritto costituzionale all’Università Bocconi di Milano – ed Eliana Di Caro, autrice del libro “Le Madri della Costituzione”, pubblicato nel 2021, e giornalista de Il Sole 24 Ore, che hanno ripercorso il contributo delle cosiddette “madri costituenti” alla nascita della democrazia italiana, soffermandosi sull’attualità dei principi di uguaglianza, partecipazione e rappresentanza.
Nel corso dell’incontro è stato ricordato come il 2 giugno 1946 le donne italiane esercitarono per la prima volta il pieno diritto di voto in una consultazione politica nazionale, partecipando sia al referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica sia all’elezione dell’Assemblea Costituente. Furono 21 le donne elette, provenienti da differenti culture politiche – comunista, democristiana, socialista e dal Fronte dell’Uomo Qualunque – che contribuirono in maniera significativa all’elaborazione del testo costituzionale.
L’evento ha inoltre rappresentato un momento di riflessione sul valore dell’eredità lasciata dalle costituenti e sulla necessità di trasmetterne la memoria alle nuove generazioni, evidenziando il legame tra il dibattito costituente e le sfide contemporanee in tema di inclusione e parità di genere.
Voce alle protagoniste di “Donne che hanno fatto l’Italia: alle radici della nostra Costituzione”

A margine dell’incontro ho avuto il piacere di porre alcune domande alle relatrici dell’incontro. Partiamo dal confronto con l’avv. Eliana Catalano, Managing partner dello studio BonelliErede.
Le “madri costituenti” hanno aperto una strada sul piano dei diritti civili e della partecipazione democratica. Oggi quali sono, secondo voi, gli ostacoli meno visibili ma ancora strutturali che limitano la piena affermazione delle donne nelle professioni legali e nei ruoli decisionali?
Le “madri costituenti” hanno posto le basi della legislazione moderna in materia di uguaglianza traducendo un principio etico in norma fondamentale.
Eppure, a quasi ottant’anni dalla Costituzione, la piena affermazione delle donne nelle professioni legali e nei ruoli decisionali continua a incontrare ostacoli che, proprio perché strutturali, risultano spesso invisibili: (i) pregiudizi inconsci nei sistemi di valutazione e nomina, dove chi detiene già il potere tende a promuovere figure simili a sé, (ii) una delega informale alle donne di ruoli ad alta intensità operativa, a discapito di attività a maggiore visibilità esterna, come lo sviluppo del business e la relazione diretta con il cliente.
Superare questi ostacoli richiede un lavoro costante sulla cultura organizzativa e una formazione continua sui bias e sui criteri di valutazione del merito: è un percorso impegnativo, ma coerente con la promessa di uguaglianza che le madri costituenti ci hanno consegnato.
Nel settore legale si parla sempre più spesso di diversity & inclusion. Quanto conta oggi passare da un approccio reputazionale a un approccio realmente organizzativo e culturale, capace di incidere su governance, remunerazione e percorsi di carriera?
Conta moltissimo, ed è il passaggio decisivo. Le politiche di D&I incidono sulla governance, sulla remunerazione e sulle carriere solo se perseguite con un approccio genuinamente organizzativo, che agisca su tre livelli: formazione per correggere gli stereotipi, policy inclusive con criteri di assunzione e promozione trasparenti, strumenti di welfare che offrano flessibilità concreta.
In BonelliErede abbiamo scelto questa direzione: formazione e iniziative di sensibilizzazione, i nostri D&I Talks, politiche e iniziative concrete di welfare. È un percorso che richiede costanza, perché si tratta di trasformare modelli radicati.
La presenza femminile nei ruoli apicali degli studi legali è cresciuta negli ultimi anni, ma resta ancora limitata rispetto alla composizione complessiva della professione. Quali dinamiche culturali o organizzative continuano a frenare questo percorso?
Nel corso della mia carriera, oggi tra le poche managing partner di uno studio legale in Italia, ho potuto osservare da vicino le dinamiche che frenano questo percorso.
Ho costruito il mio percorso professionale in un settore, l’M&A e il private equity, tradizionalmente dominato da figure maschili. La sfida più grande non è mai stata dimostrare competenza – quello è il punto di partenza per tutti – ma affermare la legittimità di uno stile di leadership diverso, senza dover aderire a un modello precostituito.
Ciò che continua a frenare le donne nei ruoli apicali è una combinazione di fattori culturali e organizzativi. Da un lato persiste un deficit di rappresentanza: senza figure di riferimento visibili, le giovani professioniste faticano a immaginarsi in quei ruoli e l’assenza di modelli alimenta l’idea che certe posizioni non siano “naturalmente” destinate a loro. Dall’altro, le strutture degli studi legali tendono ancora a premiare un unico paradigma di carriera – lineare, totalizzante, costruito su dinamiche di cooptazione che favoriscono l’omologazione.
Serve rendere visibili i percorsi delle donne che hanno raggiunto posizioni di vertice e costruire alleanze intergenerazionali che trasmettano competenze e fiducia, e ripensare i criteri con cui si misura il merito e la leadership. Non è un tema di quote, ma di credibilità diffusa: la stessa credibilità che si costruisce ogni giorno dimostrando che guidare in modo diverso non significa guidare con meno efficacia.
All’avv. Catia Tomasetti, Partner e Chairwoman del Comitato Diversity & Inclusion di BonelliErede, ho rivolto domande sul tema dell’inclusione nel campo del diritto e negli studi.

La Costituzione tutela il principio di uguaglianza, ma il dibattito contemporaneo si concentra molto anche sul tema dell’equità. Dal vostro punto di vista, il diritto è oggi sufficientemente attrezzato per affrontare le nuove forme di disparità sociale e professionale?
Il diritto si adegua e spesso rincorre i cambiamenti sociali. Le trasformazioni nei costumi, nelle famiglie, nelle relazioni e nel lavoro avvengono prima che il legislatore intervenga per regolarle. In queste dinamiche è spesso centrale il ruolo della giurisprudenza: si parla infatti di funzione adeguatrice della giurisprudenza per indicare l’attività attraverso la quale i giudici interpretano e plasmano il significato di una norma per adattarla ai mutamenti sociali, tecnologici o per renderla conforme a fonti di rango superiore (come la Costituzione o il diritto europeo) anche prima che il legislatore, espressione della maggioranza politica, intervenga con nuove leggi. L’equità richiederebbe qualcosa in più: strumenti legislativi capaci di anticipare e prevenire le disparità, anziché inseguirle o sanzionarle a posteriori.
In grandi organizzazioni professionali come gli studi legali internazionali, quali strumenti concreti possono ridurre il rischio di discriminazioni indirette, ad esempio nei processi di valutazione, promozione o assegnazione delle responsabilità?
Gli strumenti più efficaci sono quelli che rendono i processi decisionali verificabili. Mi riferisco a un corpus di regole – politiche, codici di comportamento, regolamenti – condiviso in modo ufficiale e trasparente con tutto lo studio. Accanto a questo, servono canali di segnalazione, anche anonimi, gestiti con piena autonomia e indipendenza per prevenire conflitti di interesse. Infine, è essenziale l’applicazione effettiva di misure sanzionatorie in caso di violazioni accertate. Senza enforcement, le regole restano dichiarazioni di principio.
L’avv. Monica Iacoviello, Partner di BonelliErede, ha coordinato il dibattito, e a lei abbiamo chiesto un commento sulla work-life balance ed esclusioni ai nostri giorni.

Quanto pesa ancora il tema della conciliazione tra vita privata e carriera professionale nelle scelte e nelle opportunità delle donne, soprattutto in contesti altamente competitivi come il settore legale e finanziario?
Il tema della conciliazione pesa ancora moltissimo, e in modo nuovo. Per l’allungamento della vita, molti adulti si trovano oggi “schiacciati” tra la cura dei figli e l’assistenza ai genitori anziani – la cosiddetta “generazione sandwich”. Questo doppio carico di cura rischia di compromettere l’equilibrio tra vita familiare e carriera faticosamente conquistato.
Il punto critico è che il caregiving resta culturalmente associato alle donne, e questo perpetua asimmetrie anche quando le politiche di società o studi sono formalmente neutre. Servono interventi che redistribuiscano il carico, non solo che lo rendano più gestibile per chi già lo sopporta.
Le “madri costituenti” portarono nell’Assemblea un’esperienza concreta di esclusione e marginalità. Ritiene che oggi esistano nuove forme di esclusione che il legislatore e le istituzioni stanno sottovalutando, anche oltre il tema di genere?
Sì, ce ne sono ancora, e spesso sono invisibili. Penso all’esclusione digitale, che marginalizza chi non ha competenze o accesso alle tecnologie; all’esclusione generazionale dei giovani, penalizzati da salari di ingresso bassi e precarietà diffusa; all’esclusione da “non autosufficienza”, che lascia senza tutele adeguate le famiglie con anziani o disabili. Non va poi trascurata l’emergenza abitativa, che colpisce la classe media, specialmente nelle grandi città. Sono altrettante forme di marginalità che richiedono risposte strutturali da parte del legislatore.
Con la collega giornalista Eliana Di Caro, autrice del libro “Le Madri della Costituzione”, ho affrontato ad ampio spettro i temi posti in risalto dal volume.

Perché è istruttivo e giusto ricordare le donne elette all’Assemblea Costituente? Qual è l’eredità che ci consegnano?
Le Costituenti erano 21, meno del 4% del totale (556 esponenti): nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una eletta nel Fronte dell’uomo qualunque. Si erano battute per la democrazia contro il regime fascista e vedevano nell’istruzione e nello studio un potente mezzo di emancipazione (14 di loro erano laureate).
Pur diverse per generazione, appartenenza politica, provenienza geografica, estrazione sociale, riuscirono a superare gli steccati unendosi sui temi che più stavano loro a cuore: il principio di uguaglianza, la parità tra coniugi, nell’educazione dei figli, nel mondo del lavoro.
La capacità di compattarsi in nome del bene comune rimane la loro lezione più preziosa.
Nel dibattito pubblico contemporaneo emerge spesso il rischio di arretramenti culturali sui diritti acquisiti. Quanto è importante, soprattutto per le nuove generazioni, mantenere viva la memoria storica del percorso che ha portato alle conquiste costituzionali?
La memoria storica è determinante, per raggiungere la necessaria consapevolezza del cammino fatto, con le difficoltà e la fatica che vi sono dietro, e per avere le idee chiare sui successivi obiettivi.
E’ importante anche per rendersi conto che le conquiste ottenute non sono eterne e vanno difese ogni giorno, come raccomandava sempre Tina Anselmi, la prima donna nominata ministra nel ’76 (non fu candidata all’Assemblea Costituente dalla Democrazia cristiana per ragioni anagrafiche: era troppo giovane).
Durante l’incontro si è parlato anche della persistente emergenza della violenza contro le donne e dei femminicidi, tema richiamato da un intervento del pubblico a cui ha risposto la professoressa Marta Cartabia. Dal vostro osservatorio professionale, ritenete che il sistema normativo italiano sia oggi adeguato oppure serva un ulteriore salto culturale, educativo e istituzionale per affrontare il fenomeno in maniera più efficace?
Il sistema normativo, pur con molti ritardi, ha fatto dei passi avanti. Ma se non è accompagnato da un cambiamento culturale profondo, è del tutto insufficiente.
In Italia fino al 1996 la violenza sessuale era considerata un reato contro “la moralità pubblica” e il “buon costume”; sino al 1981 erano previsti dalla nostra legislazione il matrimonio riparatore e il delitto d’onore. Tutto questo racconta la concezione della donna e l’idea di possesso che ancora persiste (non solo nel nostro Paese).
L’educazione e l’esempio nella scuola e in famiglia, sin da piccoli, sono la precondizione per provare a cambiare le cose, nella consapevolezza che i processi culturali sono molto lenti (basti pensare al principio di uguaglianza scolpito nell’articolo 3 della Costituzione e platealmente sconfessato per 15 anni dall’entrata in vigore della Carta: fino al 1963 le donne non potevano partecipare al concorso in magistratura).



