Abderrahim FakirAbderrahim Fakir

 

Secondo telefonino Abderrahim Fakir: trovato il dispositivo chiave per l’inchiesta di Bologna

È stato ritrovato il secondo telefonino Abderrahim Fakir, il dispositivo che gli investigatori cercavano dalle ore successive alla morte del 42enne avvenuta lo scorso 19 luglio a Bologna, al Pilastro, durante l’immobilizzazione da parte di due poliziotti. Il telefono mancante è stato consegnato nei giorni scorsi in procura da un amico di famiglia. L’uomo lo aveva custodito per settimane per tutelare la privacy delle conversazioni. La consegna apre una nuova fase dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo Paolo Guido.

Caso Abderrahim Fakir a Bologna

Secondo quanto appreso, il dispositivo era rimasto fuori dalla disponibilità degli inquirenti. I pm erano riusciti a ottenere solo il primo smartphone. Il secondo è stato portato in procura dopo un confronto con l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir. La persona che lo deteneva sarebbe totalmente estranea ai fatti. È stata sentita come persona informata nell’ambito del fascicolo per omicidio colposo che coinvolge i due agenti intervenuti, di 23 e 28 anni, e i quattro volontari della Croce Rossa presenti al momento del fatale arresto.

Gli accertamenti sul nuovo telefono di Abderrahim Fakir, seguiranno le stesse modalità già disposte per il primo.

L’obiettivo è chiaro. Selezionare i contenuti utili per ricostruire le ore precedenti la morte. Verificare con chi fosse Fakir. Capire cosa avesse fatto. Analizzare eventuali foto di ricette mediche per chiarire patologie pregresse. Ricostruire le cause della crisi psichica che ha portato all’invio della volante e dell’ambulanza infermieristica della Croce Rossa in via Italo Svevo.

Le indagini, secondo la ricostruzione disponibile, si concentrano su due piani. La catena dei soccorsi. E la manovra di contenimento impiegata dagli agenti. La notte prima della morte, Fakir l’aveva trascorsa con un conoscente residente al Pilastro. Il pomeriggio successivo era in escandescenze in strada. L’intervento si è concluso con il decesso. Il prossimo 2 ottobre i consulenti di tutte le parti si riuniranno per fare il punto sui risultati dell’autopsia, tra cui la presenza di sangue nei polmoni e la positività alla cocaina.

Il ritrovamento del secondo dispositivo dopo settimane

Il secondo telefonino era uno dei tasselli mancanti. Non un dettaglio secondario. Per gli investigatori rappresenta una possibile fonte diretta sulla giornata di Fakir. Il dispositivo sarebbe rimasto a casa dell’amico di famiglia per un motivo preciso. La preoccupazione di mantenere riservate le conversazioni private contenute nella memoria. Una scelta comprensibile sul piano umano, ma che ha ritardato l’acquisizione.

Dopo il confronto con il legale della famiglia, l’uomo ha deciso di consegnarlo.

La procura di Bologna lo ha acquisito formalmente. È stato verbalizzato il momento della consegna. Sono state avviate le procedure di copia forense. Questo significa che verrà creata una copia integrale del contenuto, senza alterare l’originale. Solo dopo si procederà alla selezione dei dati rilevanti. La prassi è consolidata. Evita contestazioni difensive. Garantisce la catena di custodia.

Il lavoro dei pm Morena Plazzi, Domenico Ambrosino e Francesca Arienti, coordinati da Paolo Guido, ora si amplia. Il primo telefono aveva già fornito alcuni elementi. Il secondo potrebbe contenere conversazioni diverse. Contatti diversi. Foto, note, promemoria. Anche una singola chat può aiutare a chiarire lo stato d’animo. Oppure un appuntamento. Oppure un malessere riferito a qualcuno nelle ore precedenti.

Cosa cercano gli inquirenti nelle chat e nelle foto a Bologna.

L’analisi non sarà generalizzata. Gli inquirenti hanno disposto una selezione mirata. Non tutto ciò che è nel telefono è di interesse investigativo. Verranno isolati i contenuti utili a ricostruire le ore precedenti la morte. Gli orari. Gli spostamenti. Le persone incontrate. Le eventuali richieste di aiuto. Le comunicazioni con familiari o conoscenti.

Un secondo filone riguarda la salute. Gli investigatori vogliono capire se nelle immagini ci siano foto di ricette mediche. Referti. Appunti su terapie. Questo potrebbe aiutare a comprendere di quali patologie pregresse soffrisse Fakir. E quali fattori possano aver contribuito alla crisi psichica segnalata. È un aspetto centrale. La crisi psichica è il motivo per cui sono stati allertati sia la polizia sia la Croce Rossa. Capirne l’origine è fondamentale.

La verifica sarà tecnica e medica. I dati del telefono verranno incrociati con le testimonianze raccolte al Pilastro. Con i tabulati. Con le immagini di videosorveglianza. Con le dichiarazioni dei quattro volontari presenti. L’obiettivo non è violare la privacy. È ricostruire un quadro fattuale. Per questo la selezione sarà fatta con criteri di pertinenza e con il controllo del giudice, se necessario.

La catena dei soccorsi al centro dell’inchiesta

L’inchiesta per omicidio colposo non riguarda solo l’immobilizzazione. Riguarda tutta la catena dei soccorsi. Chi è arrivato prima. Chi ha fatto cosa. Quali valutazioni sono state fatte. Quanto tempo è passato tra l’allarme e l’arrivo dell’ambulanza infermieristica. Quali protocolli sono stati applicati per una persona in stato di agitazione psicomotoria.

Il caso di Bologna si inserisce in un tema più ampio. La gestione delle crisi psichiche in strada. Spesso l’intervento vede insieme forze dell’ordine e personale sanitario. La collaborazione è necessaria. Ma richiede coordinamento. Le indagini stanno cercando di chiarire se quel coordinamento ci sia stato. E se la manovra di contenimento abbia avuto un ruolo sulle condizioni fisiche del 42enne.

Le persone coinvolte sono sei. Due agenti della volante. Quattro volontari della Croce Rossa. Al momento sono indagati per omicidio colposo. È un’ipotesi di reato che non presuppone la volontà. Presuppone una verifica sulla colpa. Sulla imprudenza. Sulla imperizia. Sulla inosservanza di regole cautelari. Solo gli accertamenti tecnici potranno dire se vi siano profili di responsabilità.

L’autopsia e il vertice del 2 ottobre

Sul fronte medico legale, l’attenzione è sul vertice fissato per il 2 ottobre. I consulenti di tutte le parti si riuniranno. L’obiettivo è fare il punto sui responsi restituiti dagli esami. Tra gli elementi emersi ci sarebbero la presenza di sangue nei polmoni e la positività alla cocaina. Sono dati che vanno letti con cautela. Non sono conclusioni. Sono frammenti.

La presenza di sangue nei polmoni può avere diverse cause. Va correlata alla dinamica. Alla posizione del corpo durante il contenimento. Alla durata. Agli sforzi. La positività alla cocaina va contestualizzata. Va distinta tra assunzione acuta e cronica. Va valutata l’eventuale interazione con altri fattori. Con patologie preesistenti. Con lo stress fisico.

Per questo il lavoro dei consulenti è collegiale. Non decide un solo perito. Si confrontano più esperti. Quelli nominati dalla procura. Quelli delle difese. Quelli della famiglia. Il confronto serve a ridurre gli errori di interpretazione. E a isolare ciò che è fattuale da ciò che è congetturale. Solo alla fine si potrà dire se la manovra abbia avuto un nesso causale con il decesso.

Via Italo Svevo e la notte prima al Pilastro a Bologna.

Secondo quanto ricostruito finora, la notte prima della morte Fakir l’aveva trascorsa con un conoscente residente al Pilastro. È un quartiere densamente abitato di Bologna. Un’area dove molte persone si conoscono. Dove le dinamiche di vicinato contano. Il giorno dopo, il pomeriggio del 19 luglio, Fakir era in via Italo Svevo in stato di agitazione.

Le testimonianze raccolte descrivono una persona in escandescenze. Non è ancora chiaro cosa abbia scatenato la crisi. Se ci siano stati litigi. Se ci siano stati fattori esterni. Se ci sia stata una interruzione di terapia. Il secondo telefonino potrebbe aiutare proprio su questo. Un messaggio inviato la mattina. Una chiamata non risposta. Una nota vocale. Elementi piccoli. Ma utili a ricomporre le ore precedenti.

La zona dell’intervento è stata oggetto di rilievi. Le immagini disponibili, compresa quella che ritrae l’immobilizzazione a terra, sono al vaglio degli investigatori. Vanno lette insieme ai protocolli operativi. Non da sole. La valutazione tecnica dovrà dire se la posizione di contenimento, la pressione esercitata e la durata siano state compatibili con le linee guida.

Il ruolo dell’avvocato e della famiglia Fakir a Bologna

La famiglia Fakir è rappresentata dall’avvocato Fabio Anselmo. È un legale noto per aver seguito casi complessi legati a decessi durante interventi delle forze dell’ordine. Il suo ruolo è stato importante anche nel recupero del secondo telefono. Il confronto con l’amico di famiglia ha favorito la consegna spontanea. Senza necessità di provvedimenti coercitivi.

La famiglia chiede chiarezza. Non una condanna anticipata. Vuole capire cosa sia successo quel pomeriggio. Vuole che vengano acquisiti tutti gli elementi. Anche quelli sanitari. Anche quelli digitali. La consegna del telefono va in questa direzione. Dimostra la volontà di collaborare. Pur tutelando la riservatezza di conversazioni che non hanno rilevanza penale.

Dal punto di vista procedurale, l’acquisizione è avvenuta correttamente. La persona che deteneva il telefono è estranea ai fatti. Non è indagata. È stata sentita come testimone. Ha spiegato i motivi della custodia. La sua posizione non ha profili di favoreggiamento, proprio per la natura spontanea della consegna e per l’assenza di volontà di occultamento.

Cosa resta da chiarire e cosa non sappiamo ancora sul caso di Bologna

Restano diversi punti da chiarire. Qual era l’esatto stato di salute di Fakir prima del 19 luglio. Se assumeva farmaci. Se aveva interrotto terapie. Se aveva avuto crisi simili in passato. Qual era il suo consumo di sostanze, se confermato. E in che misura abbia inciso sulla crisi del pomeriggio.

Resta da chiarire la dinamica esatta dell’immobilizzazione. Quanto è durata. In quale posizione è stato tenuto Fakir. Se siano state usate tecniche consentite. Se siano stati effettuati controlli sui parametri vitali durante il contenimento. Se e quando sia stata rilevata la perdita di coscienza. Questi elementi sono fondamentali per valutare il nesso causale.

Resta infine da capire cosa contenga davvero il secondo telefonino. Potrebbe non contenere nulla di rilevante. Potrebbe contenere molto. Gli investigatori lavorano su ipotesi. Non su certezze. Per questo la copia forense è solo l’inizio. Serviranno settimane per l’analisi completa. E servirà incrociare i dati con gli altri accertamenti già in corso a Bologna.

Il caso di Abderrahim Fakir ha avuto un forte impatto sulla comunità del Pilastro e su Bologna. La richiesta che arriva da più parti è la stessa. Fare luce con tempi rapidi. Ma senza scorciatoie. Con accertamenti tecnici rigorosi. Con rispetto per la persona deceduta. E con garanzie per tutti gli indagati, che restano presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

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