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    Impianti sciistici dismessi, manca la neve

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    By Rossi Alberto on 3 Febbraio 2026 Economia, Sport
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    Impianti sciistici dismessi in Italia: il raddoppio nel 2025 e le sfide del clima

    Il panorama delle nostre montagne sta cambiando drasticamente. Secondo gli ultimi dati del Centro Studi RINA Prime, basati su rilevazioni di Legambiente, gli impianti sciistici dismessi in Italia hanno raggiunto quota 265 nel 2025. Si tratta di un numero impressionante, se si considera che solo cinque anni fa, nel 2020, le strutture non più funzionanti erano 132. Questo incremento del 100% fotografa una crisi profonda che non riguarda solo lo sport, ma l’intero sistema economico e sociale delle vallate alpine e appenniniche.

    L’aumento degli impianti sciistici dismessi in Italia è il segnale inequivocabile di un modello di business che fatica a resistere ai cambiamenti climatici. Con nevicate sempre più scarse e temperature in costante rialzo, molte stazioni a quote medio-basse non riescono più a garantire l’apertura delle piste. Questo fenomeno colpisce duramente il cuore dell’economia montana, portando alla chiusura di hotel, scuole di sci e attività commerciali che per decenni hanno prosperato grazie al turismo invernale.

    Affrontare il tema degli impianti sciistici dismessi in Italia significa oggi guardare in faccia una realtà complessa, dove i costi energetici per l’innevamento artificiale diventano insostenibili. Nonostante la presenza di oltre 165 bacini artificiali destinati alla neve programmata, la scarsità d’acqua costringe spesso i sindaci a scelte drastiche: dare priorità al fabbisogno idrico dei residenti o innevare le piste per i turisti? La risposta, purtroppo, è spesso segnata dal declino delle strutture.

    La mappa dell’abbandono: le regioni più colpite

    La crisi non risparmia nessuna zona dell’arco alpino, ma i numeri evidenziano alcune criticità regionali molto marcate. Il Nord Italia detiene il primato negativo, con il Piemonte che conta ben 76 impianti fermi, seguito dalla Lombardia (33) e dal Veneto (30).

    Anche l’Appennino vive momenti drammatici. In Abruzzo si contano 31 strutture abbandonate, mentre in Toscana (20) ed Emilia-Romagna (15) il calo della neve naturale ha reso molti comprensori marginali economicamente fragili. Questi “giganti di ferro” abbandonati non rappresentano solo un danno estetico e ambientale, ma sono il simbolo di un patrimonio turistico che rischia di andare perduto per sempre.

    Oltre lo sci: modelli di business diversificati e sostenibili

    Secondo Massimiliano Miceli, responsabile del Centro Studi di RINA Prime, la soluzione non risiede nell’abbandono, ma nella metamorfosi. Le stazioni sciistiche devono adattarsi, puntando su modelli che non dipendano esclusivamente dalla stagione invernale. L’obiettivo è trasformare le montagne in destinazioni turistiche aperte 365 giorni all’anno.

    Investire in infrastrutture green e promuovere esperienze legate al trekking, alla mountain bike e al benessere sono i pilastri della rinascita. Valorizzare un turismo meno impattante sull’ambiente permette di attirare una nuova generazione di viaggiatori, più attenti alla natura e meno legati alla sola attività sportiva dello sci alpino.

    Casi di successo: quando la riconversione funziona

    Non tutto è perduto. Esistono esempi virtuosi di località che hanno saputo trasformare la crisi in opportunità.

    * Caldirola (Piemonte): Una piccola stazione che ha puntato sull’Alpine Coaster (un bob su rotaia) e ha adattato le vecchie seggiovie per il trasporto delle biciclette. Oggi è un punto di riferimento per il downhill e il trekking estivo.

    * Alpe Pezzeda (Brescia): Chiusa per lo sci dal 1999, ha trovato nuova linfa grazie a un Bike Park di successo, diventando una delle mete principali per il freeride in Lombardia.

    * Prato Nevoso: Ha diversificato l’offerta con eventi per famiglie e attività estive, mantenendo vivo l’indotto locale anche senza neve.

    Questi casi dimostrano che, con una visione strategica e la collaborazione tra pubblico e privato, è possibile riqualificare territori altrimenti destinati allo spopolamento.

    Fallimenti emblematici e il mercato delle aste

    Il declino di alcune storiche stazioni ha portato a complesse procedure fallimentari. Casi come quello di Foppolo (Brembo Super Ski) o Montecampione mostrano quanto sia difficile gestire impianti obsoleti con costi di manutenzione altissimi.

    Il mercato delle aste immobiliari riflette questa crisi: rifugi, hotel e interi rami d’azienda vengono spesso messi in vendita a prezzi drasticamente ridotti dopo che i primi tentativi sono andati deserti. Tuttavia, l’ingresso di nuovi soggetti privati, come accaduto per Montecampione con il progetto Plan1800, può riaccendere la speranza grazie a patti territoriali supportati dalle regioni.

    Il ruolo delle tecnologie digitali e delle energie rinnovabili

    Il futuro delle stazioni di montagna passa inevitabilmente per l’innovazione. Le tecnologie digitali possono ottimizzare l’efficienza operativa e migliorare l’esperienza del visitatore tramite app e realtà aumentata. Parallelamente, l’installazione di pannelli solari e turbine eoliche può ridurre drasticamente i costi energetici delle strutture superstiti, rendendole economicamente competitive e, soprattutto, amiche dell’ambiente.

    Conclusioni: un piano strategico per la montagna del futuro

    Il raddoppio degli impianti dismessi tra il 2020 e il 2025 è un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Non basta più erogare fondi pubblici per mantenere in vita comprensori a bassa quota che non hanno più un senso climatico. Le risorse devono essere reindirizzate verso la riqualificazione e la formazione di nuove competenze.

    La montagna italiana ha un potenziale immenso che va oltre le piste da sci. Trasformare gli impianti in hub turistici versatili, capaci di offrire natura, benessere e sport in ogni stagione, è l’unica via per garantire un futuro sostenibile alle nostre vallate.

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