Galeas per montes: quando una flotta veneziana solcò le Dolomiti per sfidare Milano.

Nel 1438, il Maggior consiglio veneziano approvò quella che fu a lungo considerata la più grande opera d’ingegneria militare della storia europea: condurre una flotta di navi da Venezia a Torbole, passando per le montagne.

Anno del Signore millequattrocento. Venezia è la potenza navale più ricca e più temuta del Mediterraneo. Le sue galee trasportano merci dal mar Nero alle colonne d’Ercole, incrementando le fortune di una delle uniche aristocrazie non terriere d’Europa. Il suo successo non affonda (in toto) le proprie radici nell’iniziativa privata, ma in un’efficiente gestione statale del rischio d’impresa: il leone pianifica, il leone investe, il leone distribuisce i profitti e, se necessario, si accolla le perdite. Stato, finanza e import\export sono quindi inscindibilmente legati, motivo per cui le acquisizioni territoriali dei milanesi, che già nel secolo precedente erano arrivati ad occupare tutto il Veneto occidentale, destano nel Senato veneziano enormi preoccupazioni. Nei palazzi del potere nasce quindi l’idea di uno “stato da tera”: senza adombrare la vincente vocazione navale e ultra adriatica della Serenissima, un’espansione nell’entroterra veneto e lombardo si pone come indispensabile alla tutela del florido status quo. Qualche anno dopo, il Ducato e la Serenissima si contendo il Garda e, inizialmente, è il primo ad avere la meglio: i milanesi riescono ad ottenere il controllo di tutto il settore meridionale del lago, a cui ora i veneziani possono accedere solo da Torbole e da Riva. Un motto recita: “le grandi imprese non si compiono da sobri”. E proprio in una notte di eccessi, viene alla luce una delle più affascinanti intuizioni della marineria europea. Tra un goto e l’altro, Nicolò Sorbolo, un comune marinaio greco, biascica sul non senso strategico di incaponirsi a quel modo nello stallo a sud e suggerisce di portare la guerra nel lago, sorprendendo da settentrione i milanesi. Chi doveva sentire, sente e la linea di comando fa il resto ma, in questa occasione, non arriva la punizione: il Sorbolo viene chiamato ad esporre le sue conclusioni di fronte a tutto il Senato e quelli che erano vaneggiamenti da ubriaco, si trasformano in un piano avveniristico ed articolato: risalire con una flotta di navi l’Adige – con tutte le difficoltà del caso – fin quasi a Rovereto, trarle in secca e trascinarle in val di Loppio per quindici chilometri fino a Torbole; la flotta veneziana avrebbe poi attaccato, con massima sorpresa, quella viscontea, che presidiava Desenzano. Mettere in pratica questo (pur brillante) progetto richiese un enorme sforzo di uomini e di mezzi: servirono più di duemila buoi e centinaia di marinai e rematori, per superare il ripido passo di San Giovanni e, complessivamente, l’impresa costò alle casse della Serenissima più di 15 mila ducati. Ora, avete presente l’eroica epopea della flotta comandata dall’ammiraglio RoÅžestvenskij nella guerra russo-giapponese? Cinquanta tra corazzate e velieri che, da Kronstadt a Vladivostok, attraversando tre oceani, giunsero, nella loro totalità, a destinazione, solo per essere sonoramente sconfitte dall’impero del Sol Levante? Ecco, in quel 1439, l’esito fu più o meno il medesimo: perso il fattore sorpresa per il clamore suscitato dalla spedizione, i milanesi ebbero facilmente ragione delle forze veneziane e catturarono buona parte delle galee. I grandi statisti, però, debbono necessariamente possedere pazienza e lungimiranza: l’idea era buona, si trattava solo di correggere un po’ il tiro. Così altre navi percorsero la ormai consolidata tratta Adige-Loppio-Torbole ma, stavolta, i mastri d’ascia si diedero da fare alacremente anche in loco. Quella che ne scaturì fu una flotta ben più potente e numerosa della precedente, la migliore che il Benaco avesse mai ospitato. Forte di questa, il Contarini sconfisse ripetutamente i milanesi al largo del Ponale e Venezia si assicurò il completo dominio del lago.

“Il successo non è definitivo, il fallimento non è totale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti”

Giulio Maria Grisotto

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