Operazione antimafia a Catania: arrestati i presunti responsabili dell’omicidio di Salvatore Alfio Privitera
Una vasta operazione condotta dai Carabinieri dei Comandi Provinciali di Catania e Siracusa ha portato all’arresto dei presunti responsabili dell’omicidio di Salvatore Alfio Privitera. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, ha permesso di dare esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari. I fatti contestati risalgono alla serata del 5 gennaio 2026, quando la vittima scomparve nel nulla prima che venissero ritrovati elementi riconducibili a una violenta esecuzione di stampo mafioso tra le province di Catania e Siracusa.
Le indagini su Catania e i comuni limitrofi hanno delineato un quadro inquietante, portando all’identificazione di due soggetti gravemente indiziati non solo di omicidio, ma anche di soppressione di cadavere, porto illegale di armi e danneggiamento seguito da incendio. Tutti i reati risultano aggravati dal cosiddetto metodo mafioso, a conferma della pericolosità degli indagati e del contesto criminale in cui è maturato il delitto. Gli arrestati sono stati rintracciati rispettivamente nel capoluogo etneo e a Zaccanopoli, in provincia di Vibo Valentia, grazie al supporto dei militari del comando locale calabrese.
Il delitto consumato a Catania e Carlentini ha visto come protagonisti Pietro Catanzaro e Danilo Sortino. Il primo, residente nel capoluogo, è figlio di un esponente apicale dell’organizzazione mafiosa Cappello Bonaccorsi, noto nell’ambiente criminale con il soprannome di u milanista. Il secondo indagato, nato a Lentini, è risultato strettamente legato alle dinamiche criminali del territorio siracusano. La sinergia tra le diverse articolazioni dell’Arma ha permesso di ricostruire i movimenti dei due indagati nelle ore cruciali dell’agguato, fornendo alla Procura elementi solidi per richiedere la misura restrittiva.
La ricostruzione della serata del delitto e la sparizione della vittima
Le indagini hanno permesso di accertare che la vittima, Salvatore Alfio Privitera, si era recata a un appuntamento con Pietro Catanzaro la sera del 5 gennaio scorso. Da quel momento si erano perse le sue tracce, facendo scattare le ricerche da parte dei familiari e delle forze dell’ordine. Il ritrovamento della vettura della vittima, una Fiat Punto completamente distrutta dalle fiamme in una zona isolata di Carlentini, ha rappresentato la svolta nelle indagini, confermando i timori di una lupara bianca o di una esecuzione finalizzata all’eliminazione del cadavere.
I rilievi tecnici effettuati sul luogo del ritrovamento dell’auto bruciata hanno evidenziato la volontà degli assassini di cancellare ogni traccia biologica o dattiloscopica. Tuttavia, grazie all’analisi delle celle telefoniche e delle immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza pubblica e privata lungo il tragitto tra Catania e la provincia di Siracusa, gli inquirenti sono riusciti a tracciare il percorso dei mezzi utilizzati dagli indagati per allontanarsi dopo aver appiccato il fuoco al veicolo della vittima.
Il movente legato al traffico di stupefacenti e al gioco d’azzardo
Secondo quanto emerso dalle attività investigative e dai riscontri tecnici, il movente dell’omicidio sarebbe riconducibile a contrasti maturati all’interno della gestione di affari illeciti. In particolare, gli inquirenti hanno individuato tensioni riguardanti il traffico di sostanze stupefacenti e debiti legati al gioco d’azzardo. Sembrerebbe che tra Catanzaro e Privitera esistessero pendenze economiche mai saldate, derivanti da scommesse e debiti di gioco gestiti dal primo e sovente praticati dal secondo.
Un ulteriore elemento di attrito sarebbe stata la presunta sottrazione di una busta contenente stupefacenti, atto che avrebbe convinto la vittima a recarsi al fatale appuntamento nel tentativo di chiarire la situazione o restituire il maltolto. L’appuntamento, lungi dall’essere un momento di chiarimento, si è trasformato in una trappola mortale tesa dal Catanzaro con la complicità del Sortino, decisi a punire lo sgarbo e a riaffermare il proprio potere sul territorio attraverso un atto di estrema violenza tipico dei clan mafiosi.
L’impiego di unità speciali e i rilievi della scientifica
La fase esecutiva degli arresti, scattata nelle prime ore di questa mattina, ha visto l’impiego di un imponente dispositivo di sicurezza. I Carabinieri si sono avvalsi del supporto degli Squadroni Eliportati Cacciatori di Calabria e Sicilia, unità specializzate nella cattura di latitanti in territori impervi, oltre al 12 Nucleo Elicotteri di Catania. Fondamentale è stato anche l’apporto delle unità cinofile di Nicolosi per le perquisizioni finalizzate alla ricerca di armi o droga all’interno delle abitazioni degli indagati.
Contestualmente agli arresti, sono stati eseguiti decreti di sequestro per numerosi dispositivi informatici e smartphone. Su questi beni saranno effettuati accertamenti tecnici irripetibili per rinvenire messaggi, conversazioni o coordinate GPS utili a ricostruire ancor più compiutamente la dinamica dei fatti. Gli inquirenti puntano inoltre a individuare tracce biologiche o balistiche che possano legare in modo inequivocabile le armi in possesso del gruppo al delitto del 5 gennaio, consolidando il già pesante compendio indiziario.
La lotta alla criminalità organizzata nelle province di Catania e Siracusa
L’operazione odierna rappresenta un segnale forte della presenza dello Stato in territori storicamente segnati dalla presenza della criminalità organizzata. Il coordinamento tra le procure e le diverse compagnie dell’Arma ha dimostrato come la collaborazione interprovinciale sia la chiave per smantellare gruppi criminali che operano a cavallo tra più distretti. La Procura Distrettuale di Catania ha sottolineato l’importanza di aver agito tempestivamente per evitare ulteriori azioni delittuose o la fuga dei sospettati verso zone meno presidiate.
Sebbene l’ordinanza di custodia cautelare confermi la gravità degli indizi a carico di Catanzaro e Sortino, resta ferma la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Il procedimento si sposta ora nelle aule di tribunale, dove le prove raccolte dovranno superare il vaglio del dibattimento. L’attenzione delle forze dell’ordine rimane alta per prevenire eventuali ritorsioni o riassetti di potere all’interno del clan Cappello Bonaccorsi a seguito di questi arresti eccellenti.
Impatto sociale e percezione della sicurezza sul territorio
L’omicidio di Salvatore Alfio Privitera aveva destato particolare scalpore per le modalità brutali con cui era stato eseguito, richiamando alla mente i periodi più bui della storia criminale siciliana. La notizia della cattura dei presunti colpevoli contribuisce a restituire un senso di giustizia alla comunità locale, colpita da un evento che ha violato la tranquillità di aree cittadine e rurali. Le istituzioni ribadiscono l’invito alla cittadinanza a collaborare attivamente con le forze dell’ordine per contrastare ogni forma di prevaricazione mafiosa.
Il successo di questa indagine è il risultato di mesi di lavoro silenzioso, fatto di pedinamenti, intercettazioni e analisi scientifiche. La dedizione dei militari coinvolti e la fermezza della Procura di Catania dimostrano che nessun reato, per quanto tentato di occultare attraverso la soppressione del cadavere e l’incendio delle prove, può rimanere impunito se affrontato con i giusti mezzi tecnologici e una profonda conoscenza delle dinamiche criminali del territorio.




