Treno in ritardo?CANTA che ti passa

TRENO IN RITARDO? CANTA CHE TI PASSA Scomparse le classiche sale d’attesa, perché venivano trasformate in dormitori dagli homeless, si va diffondendo la moda dei pianoforti nelle stazioni, a disposizione di viaggiatori con margini di tempo. È una moda che mi piace. Offre un passatempo non elettronico a chi sa suonare e a chi piace ascoltare. Lo prendo anche come invito a un ritorno del gusto per la musica europea: non avrei apprezzato la scelta, al posto del pianoforte, di bongos o marimbe. M...

TRENO IN RITARDO? CANTA CHE TI PASSA Scomparse le classiche sale d’attesa, perché venivano trasformate in dormitori dagli homeless, si va diffondendo la moda dei pianoforti nelle stazioni, a disposizione di viaggiatori con margini di tempo. È una moda che mi piace. Offre un passatempo non elettronico a chi sa suonare e a chi piace ascoltare. Lo prendo anche come invito a un ritorno del gusto per la musica europea: non avrei apprezzato la scelta, al posto del pianoforte, di bongos o marimbe. Mi è sempre parso anomalo che il continente di Chopin, di Bizet, di Verdi, di Vivaldi si entusiasmasse per le percussioni tribali. Il pianoforte ferroviario, l’avevo visto la prima volta a Nizza qualche mese fa. La settimana scorsa l’ho rivisto, anzi sentito a Napoli. Quando sotto la grande tettoia è risuonato il coro, a gole spiegate, dei grandi classici della canzone napoletana. Da quelli vecchissimi come “Te vurrìa vasà” a quelli più recenti come “Tu vuò fa’ l’americano”. Mi sono avvicinato e ho fatto un po’ fatica a superare la barriera di schiene che circondava il pianoforte e i cantanti. Non mi bastava sentire, volevo osservare. Nessun apparecchio di amplificazione: suoni e voci al naturale. Il pianista, da come pestava sui tasti, doveva essere un “orecchista” ma molto bravo. I cantanti erano sette, con diversi timbri di voce. L’ensemble era perfetto. Ad ogni esecuzione seguiva uno scroscio di applausi. Essendo tutti in piedi, si trattava di una vera standing ovation… Ah, dimenticavo: pianista e coristi sembravano tutti intorno ai settant’anni e gli ascoltatori fittamente assiepati a cerchio sembravano quasi tutti sotto i trenta. Gianni De Felice