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Beko Cassinetta, non è solo una fabbrica: 14 milioni persi e 680 posti a rischio in tutta Varese

Beko futuro Cassinetta provincia Varese: 410 uscite, 14 milioni di impatto e un tavolo decisivo al Mimit

Il Beko futuro Cassinetta provincia Varese non è soltanto una vertenza aziendale. È una questione che riguarda il futuro industriale di tutta la provincia. Lunedì 28 settembre ho partecipato al tavolo di coordinamento territoriale sulle crisi aziendali convocato dalla Provincia. È stata l’occasione per fare il punto sull’attuazione dell’accordo sottoscritto al Ministero nell’aprile 2025 e, soprattutto, per capire cosa sta succedendo realmente dentro lo stabilimento di Cassinetta.

Quell’accordo prevedeva per il sito varesino un piano di investimenti da circa 136 milioni di euro, insieme alla conferma della sua centralità nella produzione di frigoriferi, forni e microonde. Numeri importanti, che avevano fatto sperare in una ripartenza. A distanza di un anno e mezzo, però, il quadro resta preoccupante e i dati raccontano una storia diversa.

Secondo i dati diffusi dalla Fiom, a Cassinetta sono già uscite 410 persone, 293 operai e 117 impiegati. Nel frattempo la crescita dei volumi prevista per i forni non si è realizzata e continua il ricorso alla cassa integrazione. Anche gli investimenti risultano ancora parziali, nonostante gli impegni presi. L’azienda, dal canto suo, ha ribadito la volontà di proseguire il piano industriale.

C’è però un numero che restituisce bene la dimensione della posta in gioco. Lo studio realizzato dalla Liuc e presentato al tavolo provinciale stima in circa 14 milioni di euro all’anno l’impatto della crisi sull’economia del territorio e considera, insieme agli esuberi diretti, anche le ricadute sull’indotto, sui servizi e sulla logistica. La stima complessiva parla di circa 620-680 posti di lavoro coinvolti considerando anche l’indotto. Ecco perché difendere Cassinetta significa difendere Varese.

Cosa è successo al tavolo provinciale del 28 settembre

Il tavolo di coordinamento territoriale sulle crisi aziendali convocato dalla Provincia di Varese non era un appuntamento formale. Era un momento di verifica. Attorno allo stesso tavolo si sono ritrovati istituzioni, sindacati, rappresentanti dell’azienda e ricercatori. L’obiettivo era uno solo. Capire se l’accordo firmato al Ministero ad aprile 2025 sta producendo effetti concreti.

Quell’accordo era stato salutato come un punto di equilibrio. Da un lato l’azienda si impegnava a investire e a mantenere centrale lo stabilimento di Cassinetta. Dall’altro le istituzioni si impegnavano a monitorare e accompagnare il percorso. A distanza di un anno e mezzo, il tavolo del 28 settembre ha mostrato che l’equilibrio è fragile.

Dai resoconti emerge un confronto aperto, a tratti aspro, ma ancora costruttivo. Nessuno ha sbattuto la porta. Tutti hanno portato dati. Ed è proprio dai dati che emerge la distanza tra quanto promesso e quanto realizzato. Una distanza che oggi si misura in persone uscite, volumi mancati e cassa integrazione ancora utilizzata.

L’accordo di aprile 2025 e i 136 milioni promessi

L’accordo sottoscritto al Ministero nell’aprile 2025 prevedeva per il sito varesino un piano di investimenti da circa 136 milioni di euro. Una cifra che comprendeva automazione, robotica, sicurezza e sviluppo della produzione. Insieme agli investimenti, c’era la conferma della centralità di Cassinetta nella produzione di frigoriferi, forni e microonde.

Erano tre le linee di prodotto su cui costruire il futuro. I frigoriferi, storico punto di forza dello stabilimento. I forni, indicati come area di crescita. I microonde, con volumi più contenuti ma strategici per completare la gamma. L’idea era di trasformare Cassinetta in un polo specializzato, efficiente e competitivo in Europa.

Oggi l’azienda ribadisce la volontà di proseguire il piano industriale e indica nuovi interventi su automazione, robotica, sicurezza e sviluppo della produzione. Resta però aperto il confronto su tempi, volumi produttivi e concreta attuazione degli investimenti previsti. Perché un investimento annunciato non è un investimento realizzato, e i lavoratori lo sanno bene.

I numeri reali: 410 uscite e la cassa integrazione che continua

Secondo i dati diffusi dalla Fiom, a Cassinetta sono già uscite 410 persone, 293 operai e 117 impiegati. Non sono numeri astratti. Sono famiglie, mutui, figli. Sono competenze che escono da un territorio che ha costruito la sua identità sulla manifattura. Ogni uscita pesa, perché ricostruire una professionalità in fabbrica richiede anni.

Nel frattempo la crescita dei volumi prevista per i forni non si è realizzata. Era uno dei pilastri dell’accordo. Doveva compensare il calo di altre linee e garantire saturazione degli impianti. Così non è stato. E continua il ricorso alla cassa integrazione, con settimane a singhiozzo che rendono difficile programmare la vita e con un impatto diretto sul reddito.

Anche gli investimenti risultano ancora parziali. Alcuni interventi su sicurezza e automazione sono partiti, altri sono in ritardo. Il confronto ora è su un cronoprogramma verificabile, con volumi produttivi chiari e scadenze precise. Senza questo, il rischio è che l’accordo resti sulla carta.

Lo studio Liuc: 14 milioni di impatto e 620-680 posti coinvolti

Il dato più forte presentato al tavolo provinciale arriva dallo studio realizzato dalla Liuc. La stima parla di circa 14 milioni di euro all’anno di impatto della crisi sull’economia del territorio. Non è solo il fatturato mancato di Beko. È l’effetto a catena su fornitori, trasporti, mense, pulizie, manutenzione, servizi.

La stima complessiva parla di circa 620-680 posti di lavoro coinvolti considerando anche l’indotto. Significa che per ogni lavoratore uscito da Cassinetta, c’è almeno un altro lavoratore in un’azienda collegata che vede ridursi ore, ordini, prospettive. È il meccanismo tipico dei grandi poli manifatturieri. Quando rallenta il cuore, rallenta tutto il corpo.

Questo è il motivo per cui non possiamo guardare a Beko soltanto come alla vicenda di una singola fabbrica. Cassinetta è uno dei grandi poli manifatturieri della provincia e le sue difficoltà si riverberano su decine di aziende e su molti comuni del territorio. Dalla zona di Biandronno a quella di Varese, passando per Cassinetta stessa, l’indotto è diffuso e capillare.

Perché Cassinetta riguarda tutta la provincia di Varese

Varese è una provincia manifatturiera. Nonostante la crisi degli ultimi anni, mantiene una densità di imprese, competenze e filiere che poche altre province hanno. Cassinetta in questo disegno è un tassello centrale. Non solo per i numeri diretti, ma per quello che rappresenta. Una fabbrica che produce elettrodomestici complessi, con linee automatizzate, con reparti di ricerca e sviluppo vicini.

Se Cassinetta perde pezzi, perde pezzi tutta la filiera del bianco. Perdono i fornitori di lamiera, di componenti elettronici, di imballaggi. Perdono le aziende di logistica che movimentano frigoriferi e forni. Perdono i servizi che ruotano attorno allo stabilimento. E perde anche l’attrattività del territorio per nuovi investimenti.

Ecco perché la vicenda Beko di Cassinetta non è soltanto una crisi aziendale. È una questione che riguarda il futuro industriale di tutta la provincia di Varese. Difendere il lavoro a Cassinetta significa anche difendere una parte importante della capacità produttiva e del futuro economico del nostro territorio.

Solo il 21 per cento aderisce alle politiche attive: un segnale da capire

Al tavolo è emerso un altro dato che merita attenzione. Solo il 21 per cento degli ex dipendenti ha aderito ai percorsi di politica attiva del lavoro, nonostante tutti siano stati contattati. È un dato basso, che interroga tutti. Istituzioni, sindacati, agenzie per il lavoro.

Bisogna capire quali siano state le ragioni di una partecipazione così limitata e se gli strumenti messi in campo siano stati sufficientemente adeguati alle esigenze delle persone coinvolte. A volte i corsi non corrispondono alle competenze reali. A volte gli orari non sono compatibili con esigenze familiari. A volte manca fiducia, perché dopo anni in fabbrica è difficile immaginarsi in un altro lavoro.

Approfondire questo punto è essenziale. Non basta contattare le persone. Serve costruire percorsi personalizzati, con orientamento vero, con accompagnamento, con aziende disponibili ad assumere. Altrimenti il rischio è che le politiche attive restino un adempimento formale, utile nelle statistiche ma poco efficace nella vita delle persone.

Il nodo della tempestività: intervenire prima che gli esuberi arrivino

C’è poi una questione più generale, che riguarda la tempestività degli interventi. Davanti a crisi industriali di queste dimensioni, infatti, intervenire soltanto quando gli esuberi sono già stati determinati rischia di essere troppo tardi. È uno dei passaggi più lucidi emersi dal tavolo.

La politica industriale e le politiche del lavoro devono procedere insieme. Da una parte bisogna verificare che gli impegni industriali producano effetti concreti, con controlli periodici su investimenti e volumi. Dall’altra bisogna accompagnare per tempo le persone coinvolte nelle trasformazioni del mercato del lavoro, con formazione, riqualificazione e supporto.

Se si aspetta che le lettere di licenziamento siano già partite, si rincorre l’emergenza. Se si interviene prima, quando i segnali di rallentamento sono già visibili, si può costruire un’alternativa. È una lezione che vale per Beko, ma vale per tutte le crisi industriali della provincia.

Cosa aspettarsi dal tavolo nazionale al Mimit dell’8 ottobre

Il prossimo passaggio sarà il tavolo nazionale al Mimit dell’8 ottobre. Sarà importante arrivarci con un quadro chiaro sulla situazione di Cassinetta, sugli investimenti, sui volumi produttivi e sulle prospettive occupazionali. Non con impressioni, ma con numeri verificabili.

Al Mimit si chiederà all’azienda di dettagliare il cronoprogramma degli investimenti, di indicare i volumi attesi per frigoriferi, forni e microonde nei prossimi trimestri, di chiarire quante ore di cassa integrazione sono previste e per quanto tempo. E si chiederà alle istituzioni di mettere in campo strumenti più efficaci per le politiche attive.

Perché difendere il lavoro a Cassinetta significa anche difendere una parte importante della capacità produttiva e del futuro economico del nostro territorio. È questo il messaggio da portare a Roma. Non una richiesta di assistenzialismo, ma la difesa di un polo manifatturiero che può ancora competere, se messo nelle condizioni di farlo.

Fonte Astuti

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