# Dai monti all’Aspromonte: perché i giovani di Treviso e Bergamo scesero a Reggio Calabria, per aiutare Giuseppe Garibaldi.
Il Risorgimento italiano è costellato di storie che sembrano uscite da un romanzo d’avventura. Una delle più affascinanti riguarda l’incredibile viaggio di migliaia di volontari che, partendo dalle città del Nord, attraversarono l’intera penisola per combattere in terre lontane e sconosciute.
Ma perché i giovani di Treviso e Bergamo scesero a Reggio Calabria e Giuseppe Garibaldi, tra il 1860 e il 1862? La risposta non risiede solo nella strategia militare, ma in un ideale che riuscì a superare barriere geografiche e culturali apparentemente insormontabili.
Quali furono le motivazioni profonde, il legame tra le città orobiche, venete e il profondo Sud, e come il sacrificio di questi ragazzi abbia segnato la nascita dell’Italia moderna.
L’anima della spedizione di Giuseppe Garibaldi: Bergamo, la Città dei Mille.
Per capire il motivo per cui tanti ragazzi partirono dal Nord, dobbiamo guardare innanzitutto a Bergamo. Non è un caso che questa splendida città lombarda si fregi ancora oggi del titolo ufficiale di “Città dei Mille”. Quando Giuseppe Garibaldi lanciò l’appello per la sua spedizione nel 1860, Bergamo rispose con un entusiasmo senza precedenti: ben 174 bergamaschi si imbarcarono da Quarto.
Questi giovani erano mossi da un patriottismo radicale. Molti di loro appartenevano alla media borghesia o erano artigiani e studenti, cresciuti nel mito della libertà e nell’odio verso l’oppressione straniera. Per un giovane bergamasco dell’epoca, l’unità d’Italia non era una questione burocratica, ma una missione morale. Sentivano che finché una sola parte d’Italia fosse rimasta sotto un regime assolutista (come quello borbonico) o straniero (come quello austriaco nel Veneto), nessuno sarebbe stato veramente libero.
Il Veneto e Treviso: l’esilio come spinta alla lotta con Giuseppe Garibaldi
La situazione dei giovani di Treviso era, se possibile, ancora più complessa e simbolica. Nel 1860, Treviso e il Veneto erano ancora sotto il dominio dell’Impero Austriaco. Per un trevigiano, arruolarsi con Garibaldi significava diventare a tutti gli effetti un esule, un ricercato che non poteva tornare a casa senza rischiare la prigione o la forca.
Questi giovani scesero a Reggio Calabria con una speranza precisa: liberare il Sud per poi risalire e costringere la storia a liberare anche il Nord. La loro era una visione strategica “a tenaglia”. Vedevano in Reggio Calabria la porta d’accesso al continente, il punto di rottura finale per far crollare il Regno delle Due Sicilie e marciare verso Roma e, infine, verso San Marco.
L’approdo in Calabria: la Battaglia di Reggio.
Ma cosa trovarono questi giovani una volta giunti nel cuore del Mediterraneo? Il 21 agosto 1860 è una data fondamentale. Dopo lo sbarco a Melito Porto Salvo, le camicie rosse puntarono decise verso Reggio Calabria. Qui, tra i vicoli della città e le alture circostanti, si consumò uno scontro violento contro le truppe borboniche.
Immaginiamo lo shock culturale e visivo: ragazzi abituati alle nebbie della pianura padana o ai profili delle Prealpi che si ritrovano a combattere sotto un sole cocente, tra fichi d’india e palme, con davanti lo stretto di Messina. Eppure, la fratellanza d’armi superò le differenze di dialetto. A Reggio Calabria, i giovani di Treviso e Bergamo non si sentivano invasori, ma fratelli che portavano un’idea di libertà. La presa della città fu cruciale perché permise a Garibaldi di avere una base solida sul continente per iniziare la risalita verso Napoli.
Idealismo e Romanticismo: i motori del sacrificio. E Giuseppe Garibaldi
Oltre alla politica, c’era il Romanticismo. L’Ottocento è stato il secolo dei grandi sentimenti e del sacrificio personale. I giovani di allora erano profondamente influenzati dalla letteratura e dalla retorica dell’eroismo. Giuseppe Garibaldi era per loro una figura quasi divina, un leader capace di trasformare un povero contadino o un giovane studente in un eroe nazionale.
Il motivo per cui scesero così a Sud risiede anche in questo desiderio di partecipazione collettiva. C’era la sensazione di essere parte di qualcosa di “grande”, di un evento che sarebbe rimasto nei libri di storia. La Calabria, con la sua natura selvaggia e il suo popolo oppresso, rappresentava per loro la frontiera della libertà.
Le difficoltà: non solo gloria ma fango e malattie.
È importante non mitizzare eccessivamente l’impresa di Giuseppe Garibaldi.
senza riconoscerne il lato umano e doloroso. Molti di quei giovani morirono non per le pallottole nemici, ma per le malattie, la dissenteria e la fatica. Il passaggio dall’Aspromonte fu durissimo. Molti trevigiani e bergamaschi, non abituati al clima e alle asperità del terreno calabrese, soffrirono pene indicibili.
Tuttavia, proprio queste difficoltà cementarono un legame tra Nord e Sud che, almeno a livello di base volontaria, fu autentico. Negli ospedali da campo di Reggio e Messina, le donne calabresi curarono i feriti veneti e lombardi, creando i primi veri fili della rete sociale dell’Italia unita.
Il significato storico: un’eredità da non dimenticare.
Perché è importante ricordare oggi questi fatti? Perché ci insegnano che l’Italia non è nata solo nei palazzi del potere di Torino, ma è stata costruita col sangue di chi ha saputo guardare oltre il proprio campanile. I giovani di Bergamo e Treviso che scesero a Reggio Calabria ci ricordano che il concetto di “patria” un tempo era un motore di solidarietà e non di divisione.
Senza la loro spinta ideale, probabilmente il processo di unificazione sarebbe stato molto più lento o avrebbe preso derive diverse. Reggio Calabria divenne così il punto d’incontro di diverse “italie” che impararono a conoscersi per la prima volta proprio sui campi di battaglia.
Conclusioni: un ponte ideale tra Nord e Sud.
In conclusione, i giovani del Nord scesero a Reggio Calabria spinti da un mix potente di patriottismo, carisma garibaldino e necessità strategica. Cercavano a Sud la chiave per aprire le porte della libertà anche a casa propria.
Oggi, camminando per le strade di Bergamo o tra le piazze di Treviso, e poi scendendo sul lungomare di Reggio Calabria, possiamo ancora sentire l’eco di quella straordinaria avventura. Fu un momento in cui l’Italia fu veramente una, unita dal sogno di ragazzi che non avevano paura di attraversare un intero paese per un ideale.
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