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Dominique Venner: Stoico del terzo millennio

In un pomeriggio di maggio del 2013, a Parigi, un uomo entra nella cattedrale di Notre Dame, estrae una pistola e si spara.

Si tratta di Dominique Venner, storico intellettuale francese, veterano dell’OAS nella Guerra d’Algeria e personaggio controverso nel panorama intellettuale francese.

E’ un gesto carico di significato simbolico quello compiuto dal “Samurai d’Occidente”,  le cui ultime ragioni sono giunte a noi con un messaggio chiarissimo: 

<< Al Crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli per la mia patria europea, sento il dovere di agire fino a che ne ho forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà.

Quando tanti uomini vivono da schiavi, il mio gesto incarna una etica della volontà. Mi do la morte per risvegliare le coscienze addormentate: insorgo contro la fatalità, contro i veleni dell’anima e contro gli invadenti desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari >>.

Il suicidio di Venner non è passato inosservato, ma è stato, in buona parte, distorto; sia da coloro che hanno liquidato l’episodio come il romantico e reazionario Beau geste di un ex combattente, sia da chi ha voluto vederlo come l’atto finale di un fanatico, vicino alla Destra Radicale francese,  intollerante nei confronti delle libertà.

C’è molto di più nel suicidio rituale di Venner. Nessun sentimentalismo pietoso, nessuna “bella morte”, nessun romanticismo: totale dominio dell’Ethos sul Pathos; lucidissimo realismo – il realismo eroico, come lo avrebbe definito Ernst Junger – di chi vuole insorgere contro il fatalismo, contro il Nulla e contro il letargo degli schiavi.

Quello di Venner non è l’atto di chi si da la morte come fuga dalla vita o dall’azione assumendo un atteggiamento stanco, arrendevole e passivo: è un gesto stoico.

Lo Stoicismo contemplava il suicidio come atto conclusivo di un compito assegnato dal destino, dopo una vita attiva e uniformata all’ordine divino della natura. Un gesto etico, non passionale e non fondato sul disagio momentaneo.

Per gli stoici, gli uomini sono portatori di una scintilla di fuoco eterno, partecipano all’armonia del mondo in cui tutto è in interazione non meccanicistica, ma organica.

Dello Stoicismo di Venner è testimone egli stesso in “Samurai d’Occidente”, l’ultimo suo libro – che è da intendersi come un lascito ai posteri, “un manuale di un europeo scritto per gli europei”.

Qui, egli cita, a più riprese, l’imperatore stoico Marco Aurelio, per il quale: << la  filosofia non propone programmi politici, ma può formare e preparare l’uomo di Stato alla disciplina dell’azione >>.

Non finisce qui: il libro – edito in Italia dalla casa editrice Settimo Sigillo, e presentato come un “breviario del ribelle” – contiene una serie di preziosi riflessioni di Dominique Venner, il quale ripercorre, con metodo storico,  il lungo filo mai interrotto della Tradizione, dimostrando anche la validità eterna e perenne dei caratteri essenziali del pensiero classico greco-romano, quindi europeo.

<< Lo Stoicismo non è la caratteristica esclusiva di una categoria sociale – si legge nelle pagine conclusive del breviario –  occorre non lamentarsi, tenere per sé le proprie pene, non esibire i propri sentimenti o stati d’animo, tragedie affettive o gastriche.

Vietarsi di parlare di soldi, salute, cuore, sesso: tutto ciò che viene diffuso nelle riviste da salone di bellezza e dagli strizzacervelli>>.

Sono pochi gli scritti di Venner tradotti in italiano, ma Samurai d’Occidente è l’estrema sintesi: è un invito ad assumere un’estetica aristocratica ed un’etica del dovere, non certo declinato in senso moralistico, paternalistico o “casermistico”, ma un dovere inteso come lo svolgimento della propria Opera nel mondo: “fare ciò che deve essere fatto”, usando le parole di Julius Evola.

Lettore di Seneca e grande ammiratore di Omero, Venner reputava Iliade ed Odissea due pilastri fondamentali per la costruzione della propria acropoli interiore, prioritaria rispetto a qualsiasi azione politica, che non può concepirsi senza l’Uomo integrale.

Alessandro Viviani

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