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Le commozioni cerebrali sono un problema sommerso nello sport

Il terribile scontro aereo per il centrocampista del Lecce Manuel Scavone ha riaperto il dibattito sugli scontri fisici negli sport e le conseguenze, in particolare nel calcio. Non è un record da sbandierare: secondo un recente studio canadese, i giocatori per esempio di hockey a cui è toccata l’esperienza di una commozione cerebrale, tendono a ottenere ingaggi meno ricchi rispetto ai colleghi, e a lasciare prima il ghiaccio. I casi più gravi sfociano in una sindrome cronica (Cte), finita sotto i riflettori negli Stati Uniti dopo i suicidi di diversi giocatori di football. Casi in aumento e in Italia? Il problema è noto in ambito hockeystico, anche se i giocatori spesso tendono a sminuire i sintomi per non danneggiare la carriera. Secondo gli esperti di medicina dello sport negli ultimi tre anni i casi sono aumentati da sei a otto, a dodici nella stagione 2017-18. In Italia gli episodi variano tra 7 e 10 all’anno. L’incidenza è in linea con la media. Le assenze dai campi di gioco variano in base alla gravità da un minimo di cinque giorni a diversi mesi e non mancano gli addii definitivi. Meglio rischiare? Il guaio è che la diagnosi non è semplice, concordano gli esperti. È dimostrato che con l’accumularsi degli infortuni aumenta il rischio per l’atleta. Dopo il terzo episodio grave, bisognerebbe smettere secondo i neurologi. Ma la decisione finale spetta al giocatore. E la prospettiva di ritrovarsi senza lavoro scoraggia molti. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” serve più sensibilizzazione. Per questo occorre una maggiore sensibilizzazione alle squadre, agli arbitri e ai medici e la sfida non riguarda solo il calcio dove si sono già fatti passi avanti, ma anche tutti gli sport a rischio. In prima linea nella partita ci sono gli atleti: continuando a giocare sanno di correre un rischio, e non si pensa a dare l’esempio.

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