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Collegi europei, la Lega sfonda al Sud ma perde l’8% nel NordEst.

Il calo si è avvertito a partire dall’inizio della stesura della legge di bilancio 2019 e potrebbe allargarsi, visto che le norme in via di approvazione definitiva scontentano di fatto le aspettative del Nord produttivo e generatore di gettito fiscale.

Di Stefania Piazzo

Non è una sorpresa quella che spara il Corriere della Sera: la Lega di Salvini ha perso l’8% dei consensi nel NordEst. Gli Stati, le nazioni, non sono eterne. Figuriamoci i partiti. Le percentuali bulgare oltre il 30%, è vero, ricordano la Democrazia cristiana. Ma quello era un partito fatto anche da pensatori, da statisti, gente che ha ricostruito un paese, nel bene e nel male. Politici che sapevano parlare, scrivere, e che erano nel loro insieme una élite preparata. Come il Partito comunista. Come i socialisti. Esisteva una classe dirigente, con i propri giornali di partito, con fondazioni. Avevano solide basi nella comunicazione, non ci sono storie. Giravano tanti soldi, perché la politica non si fa col conto corrente vuoto, ma girano anche ora. E’ solo che a noi fanno intendere che loro siano poveri in canna. E che i soldi che rubano a noi cittadini, sia per colpa dell’Europa. Non per lo Stato centrale, non per la burocrazia, non per l’illegalità che spacca in due il paese, dall’evasione ai falsari pensionistici, invalidanti, braccianti agricoli e sudisteria cantante. Mentre al Nord, imprenditori nordisti e grandi catene ci marciano sul lavoro a basso costo, sullo sfruttamento degli stagisti, sul “se non accetti fuori c’è la coda”. Quindi, non so chi vinca la coppa dello sfruttamento. Al Sud sfruttano lo Stato. Al Nord sfruttano chi dallo Stato riceve il due di picche.

Il partito del Sud

La Lega del nuovo corso salviniano, si diceva, mostra i primi (primi?) segni di stanchezza. Al Nord. Al Sud invece l’affare diventa grosso. Scrive Francesco Verderami sul Corriere: «lo studio, che da giorni passa di mano in mano anche tra gli “alleati” di centrodestra, suddivide il territorio nazionale nelle circoscrizioni con cui si andrà alle urne in maggio per l’Europarlamento. Al fixing odierno, lo scenarioprefigura per il titolare dell’Interno un’avanzatatravolgente: nelle regioni del Centro — che comprendono il Lazio e la Toscana dove il trend è in forte ascesa — il dato delle Politiche (15,7%) verrebbe raddoppiato (29%); nel Mezzogiorno addirittura triplicato (dal 6,2 al 18%); e così di fatto nelle Isole (dal 6,6 al 16%)».

Ma il dato politico riguarda il Nord. Perché è il Nord il fulcro della Lega ed è da Milano che passa la politica che decide i cambiamenti.

La flessione al Nord

«La flessione nel Settentrione è evidente, in alcuni casi marcata, ma sta dentro una progressione che non ha eguali, se è vero che — numeri alla mano — oltre la “linea gotica” il Carroccio fluttua tra il 30 e il 40% nelle intenzioni di voto. Non c’è dubbio che gli avversari di Salvini vorrebbero avere i suoi problemi, però il dato emerso da un sondaggio riservato non è passato inosservato ai governatorileghisti, preoccupati all’idea che non sia un assestamento, ma possa preludere a un’inversione di tendenza». Specialmente ora che i contenuti della legge di Bilancio 2018 non sono proprio quelli attesi e la tanto annunciata autonomia che doveva concludersi entro la fine del 2018 si vedrà, se tutto va per il verso giusto, solo a 2019 inoltrato e, più probabilmente, nel 2021, Grillini permettendo.

Tornando allo studio, abbiamo visto come questo registra la crescita della Lega come partito del Sud: quello di Salvini oggi è il partito del Mezzogiorno. Ma nel Nord, sua culla storica? «Nella circoscrizione Lombardia-Piemonte-Liguria la Lega ottenne alle Politiche del 4 marzo il 25,7%, mentre oggi è valutato al 42%. Nell’area Veneto-Trentino Alto Adige-Friuli Venezia Giulia-Emilia Romagna, si passerebbe dal 25,5% del 4 marzo al 40,1%. Un risultato degno della Bulgaria dei periodi d’oro. Il problema è che tra il rilevamento di settembre e quello di dicembre la Lega nel NordOvest ha perso 3 punti e nel NordEst ben 8 punti e mezzo. Settembre è il mese in cui è iniziato l’iter della manovra, il mese delle feste grilline sul balcone di Palazzo Chigi, il mese dei “numerini”, delle “manine” e della sfida, mascella volitiva e petto in fuori, all’euroburocrazia. Da allora — secondo il sondaggio — il 3% degli elettori già orientati a sostenere il Carroccio ha deciso che non lo voterà più. Sarà pur vero che (quasi) tutti questi consensi potenziali finiscono per assenza di alternativa nell’astensionismo, oggi accreditato del 35%».

La crepa si allarga

Fatta la tara di tutto il successo, dove c’è l’economia, il lavoro, dove si producono i due terzi del Pil nazionale, è un fatto che la Legaperde colpi. Una crepa nel muro fa passare la prima infiltrazione di delusione, di astensione. Di distacco dalla politica. Il Corriere dice: finiranno, quei consensi, nel calderone dell’astensione. E’ impressionante infine il dato del 49% del sondaggio, è la percentuale di chi, prima di ridare la fiducia alla Lega, vuole vedere se le promesse populiste, tasse, pensioni, lavoro, saranno rispettate, realizzate. La metà dei consensi flutta davanti al proprio balcone.

Il mugugno del Nord

Ne scriveva ancora il Corriere, sul “mugugno del Nord”. Tanto che il sindaco di Milano, aveva affermato al quotidiano a fine novembre: «si deve raccogliere con urgenza questa inquietudine».

Le braci scottano, in particolare, sul fronte del referendum sull’autonomia diventato una barzelletta cosmica cui gli stessi Zaia e Fontana si sforzano di crederci. Tanto che la gente lo ha già dimenticato. Basta non parlarne e finisce in cantina. Ora addirittura il premier Giuseppe Conte allunga la minestra della ipotetica trattativa al 15 febbraio, «una frase simile – scrive Verderami – a quella con cui al Senato ha cercato di camuffare la resa alla Commissione europea sulla manovra, dicendo che il rapporto deficit-Pil sarebbe stato “circa del 2,04%”. Finora Salvini ha saputo destreggiarsi nelle relazioni di governo con Di Maio e nella gestione delle due “Leghe”: quella vecchia (contigua alle realtà imprenditoriali del Nord), e quella nuova (imperniata sul sovranismo e sulle emergenze sociali). Così il suo partito sta assorbendo il centrodestra e conquistando pezzi di grillismo. Così sta diventando un’idrovora di consensi potenziali. Che sono cambiali da portare ancora all’incasso».

Cioè un’area come quella di Bacoli e dei Campi Flegrei su cui la Lega è seduta sbandierando gli alti consensi.

Mal di pancia costante

D’altra parte le solfatare anche al Nord non mancano. Ce li siamo dimenticati i 600 imprenditori del NordEst che questa estate hanno gridato aiuto? Gli imprenditori veneti (e non solo essi) si erano schierati contro il decreto Dignità del Governo pentaleghista con un giudizio tranciante: «il decreto dignità, se confermato nella sua impostazione, è destinato a incidere in maniera pesantemente negativa sull’occupazione e sulle imprese. Le rigidità che esso introduce avranno il solo effetto di far perdere le occasioni di lavoro che un’economia sia pure in fragile ripresa sta creando». Previsioni che si stanno puntualmente avverando.

Il presidente di Assindustria Venetocentro, Massimo Finco, e il suo vice presidente vicario, Maria Cristina Piovesana, tracciavano questa analisi davanti a 600 imprenditori del NordEst e responsabili delle risorse umane. Secondo i vertici dei Assindustria VenetoCentro, «il rischio è di azzerare una tendenza virtuosa che solo in Veneto ha visto nel primo trimestre 2018 un saldo positivo di 53.200 nuovi posti di lavoro e la crescita dei contratti a tempo indeterminato (29.500, +26%), specie per effetto della transizione dai contratti a termine».

Poi è arrivato il famigerato reddito di cittadinanza, l’ecotassa che colpisceindiscriminatamente le auto delle “famiglie del popolo” per incentivarle a comprare veicoli elettrici e a basso impatto ambientale che, nonostante i bonus, costano quasi il doppio (e chi ci mete gli altri soldi che alle famiglie mancano?), la flat tax per tutti sparita ridottaper pochi a poco più di un simulacro, le pensioni a quota 104 peggio della Fornero con in più la “potatura silenziosa della mancatarivalutazione per tutte quelle superiori a 1.500 euro lordi al mese (fanno circa 150 euro in meno all’anno!), lo spread. Non per dire, ma la Lombardia ha un rating superiore a quello dello Stato italiano. E il Veneto non è da meno.

Qualche settimana fa Salvini scriveva una lettera ad alcuni quotidiani del Nord per dire: «Non vi dimentico, manterrò le promesse». Ma a cose quasi concluse sarebbe lecito di darglidel Pinocchio. Ora, il problema sono le premesse. Qual è l’opposizione o l’alternativa al Nord ad una Lega che arretra, sprofondando in percentuali bulgare altrove? Qual è la classe dirigente in formazione per aggredire il bottino elettorale, affinché quel consenso non finisca nell’astensione? Soprattutto, qual è la forza politica che può prendere nuovamente in mano la famosa ed ancora attuale “Questione Settentrionale”?

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