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gli altri siamo noi

Pubblicato il: 12 Novembre 2018 alle 0:45

STORIA DI UN APOLIDE IN PATRIA

Dunque le cose stanno così: un cittadino italiano di nome L. M. residente a Saronno, tanti anni fa lascia la sua città e l’Italia e si stabilisce in Svizzera. Lavora per molto tempo, poi le cose gli vanno male. Un po’ la sventura, un po’ ci avrà messo del suo, fatto sta che perde il lavoro e si ammala gravemente. Nel frattempo perde il diritto alla residenza a Saronno. Nostra Sorella Svizzera (ma forse mi confondo: la sorella era la Francia …) lo prende e lo deposita come un pacco al consolato italiano. Quest’ultimo viene a sapere che l’ultima sua residenza era a Saronno, e lo indirizza qui fra gli amaretti. L. M., indigente e incapace di sostenersi, chiede aiuto al Comune, e nell’attesa di riceverlo dorme sulle panchine dell’Ospedale e viene accolto e rifocillato dal Centro Sociale della Cassina. Il Sindaco, credo a mezzo del celebrato Ufficio Stampa, risponde picche, così motivando: “Noi ci basiamo  su un principio molto semplice: prima i saronnesi! Con questo slogan ci siamo presentati alle elezioni e i saronnesi ci hanno dato la loro fiducia”. E poi precisa che in effetti L. M. ha avuto la residenza a Saronno, ma l’ha avuta “pochi giorni fa” e solo “in base a una famigerata legge statale”. In più egli “si è presentato in Comune come non residente quindi estraneo al sottoscritto” (prosegue il comunicato del Comune). Dobbiamo convenire che quest’ultimo è stato un vero affronto: come ha osato L. M.  presentarsi al Sindaco “da estraneo”? Non poteva farsi accompagnare da un saronnese doc che facesse da garante, o quanto meno farsi annunciare da un araldo con squilli di tromba? L’Assessore ai Servizi Sociali Tosi fa eco da par suo citando la Legge Regionale (non per niente è avvocato) e aggiunge: “l’amministrazione auspica che anche le famiglie di L. M. possano in qualche modo venire incontro alle sue esigenze dandogli un qualche tipo di sostegno. Proprio la famiglia è considerata, dall’attuale maggioranza, come primo nucleo di sostegno sociale”.

Prego di notare quanto la situazione di L. M. sia paradossale. Egli è italiano, ma non ha residenza in nessun comune d’Italia. O meglio ce l’ha a Saronno, ma da un tempo insufficiente, e per giunta a cagione di una legge statale “famigerata” (Fagioli dixit). Pertanto  non ha diritto ad essere aiutato. Insomma è italiano, ma nella sua patria non ha diritto a niente perché non ha residenza in nessun luogo da tempo sufficiente. Se rimane a Saronno, nessuno può aiutarlo. Se emigra in altro comune, peggio. È una sorta di “apolide in patria”. Non gli resta dunque – chiosiamo noi – che morire di fame, o di freddo quando arriverà l’inverno, possibilmente senza disturbare. Certo l’Assessore “auspica” che la famiglia lo aiuti. “Auspicare” non costa molto si sa, e infatti nel Belpaese gli “auspicatori” sono sempre stati numerosi, ma si dubita che ciò abbia un concreto effetto sulla persona di L. M.

Se il comune latita, la Chiesa per adesso tace. Il Prevosto sta ospitando da tempo in canonica o da quelle parti un plotoncino di giovani e robusti africani, ma per L. M., reo di italianità, almeno fino ad oggi non sembra esserci posto. In città non mancano strutture di accoglienza di ispirazione cristiana (alcune in edifici di grande pregio), ma nessuna, finora, ha battuto un colpo.

Insomma il dramma del nostro apolide italiano è il seguente: non fa parte né del Walhalla dei saronnesi doc (quelli di sangue insubre, secondo Statuto comunale) né della categoria protetta dei sedicenti profughi. E così non gli resta che dormire sulle panchine dell’Ospedale, nella nostra civile Saronno.

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