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gli altri siamo noi

Per poterli giudicare, bisogna prima camminare nei loro scarponi: il 15 ottobre 1872 nacque il Corpo degli Alpini

Prima fanteria da montagna del mondo, dalle Alpi ai deserti d’Africa, passando per le steppe russe, il loro nome crea un misto di rispetto e devozione. Ma proprio dall’Italia arrivano le critiche più feroci al corpo militare che più si è distinto nel campo della solidarietà in tempo di pace.

Lascritta “Alpini assassini” è stata la calorosa accoglienza che alcuni studentitrentini hanno voluto riservare alle penne nere, in occasione dell’adunata2018. Un soldato toglie la vita, certo. Per questo ha incubi furibondi che losvegliano nel cuore della notte, per questo, a volte, lo si vede piangere indisparte. L’ateo si ritrova a pregare, il credente perde la fede. La guerra èuna cosa strana e gli alpini ne hanno vista tanta: Slovenia, Grecia, Russia,Isonzo, Vojussa, Don. Eppure, ascoltando le canzoni che essi cantavano durantele marce, tramandate sapientemente dai reduci, si ha la sensazione di trovarsidi fronte ad una memoria collettiva fortemente diversa da quella che sipenserebbe di attribuire ad un corpo premiato con più di 60 medagliecomplessive: “il colonnello che piangeva a veder tanto macello”, “non piùcoperte e lenzuola pulite, non più il sapore dei caldi tuoi baci” non sonoesattamente espressioni marziali. Invece gli alpini erano considerati davverocombattivi: “ma Francesco Giuseppe sugli alpini mise la taglia, egli premia conla medaglia e trecento corone d’or a chi porta un prigioniero”.
E cosìpotrebbe finire l’epopea di uomini che non volevano far la guerra, ma che visono stati costretti e hanno adempiuto al loro dovere con determinazione espirito di abnegazione. Ma il “giù il cappello” gli viene da altra virtù,ulteriore anche a quelle di cavalleria tanto apprezzate in ambito militare: lasolidarietà. Quando furono occupanti in Grecia, divisero il pane con lefamiglie rimaste senza tetto a causa del forte terremoto del 1942. Lepopolazioni russe addirittura coniarono il detto: “italianski karasciò”,italiani brava gente. Don Gnocchi scrisse di loro: “la religione, per questagente, non è mai un momento o un episodio; è uno stato, una forma, un modo divita; sangue vivo e succo vitale”. Non si sta parlando di santi, chiaramente.Allo stesso tempo, però è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare e ricordarecon rispetto coloro che, nell’ecatombe, hanno dimostrato più di altri“umanità”, parola che in guerra non trova quasi mai terreno fertile.

Questo quindi è ciò che “furono”gli alpini, mentre ciò che “sono” gli alpini è palese ad un osservatore senzapreconcetti. Croce Rossa, Protezione civile e sussidiarietà orizzontale ingenerale, parlano molto spesso il linguaggio della penna nera: solo nel 2017 laloro beneficenza vale più di 70 milioni di euro. Non male per ex militari di unpaese in pace che ha sospeso l’obbligo di leva, no? Perciò, anche se nel 2018la cartolina non giunge più e, come nel caso di Trento, invece, giungonoinsulti e malversazioni, gli alpini hanno spalle larghe e soprattutto cuorigrandi per perdonare chi non ha voluto o potuto camminare nei loro scarponi.

Giulio Maria Grisotto

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