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Pubblicato il: 20 Febbraio 2016 alle 12:54

Eco di un addio

L’ECO DI UN ADDIO: IO
Muore Umberto Eco, il più grande egoriferito di sempre. La notizia stamattina mi ha lasciato stecchito. Poi è sorta una domanda: mi dispiace? E’ una perdita? Non so dirlo, certamente il dolore per una scomparsa non può non esserci ma ugualmente non manca la coscienza di aver perso anche un grande nemico della Chiesa e un grande falsificatore della verità, un esaltatore dell’ego contrapposto all’io, cioè dell’ideologia contrapposta alla persona. E personalmente l’ho prima amato e poi detestato per la sua visione ideologica di tutto. Il suo più grande successo, “Il nome della rosa”, per esempio, è un concentrato di ideologia e da una visone del medioevo mendace e distorta anche se resta al contempo un trattato immenso di semiologia. Mi colpí di più il suo manuale “Come fare una tesi di laurea” che contiene una frase che rappresenta una grande verità: “per poter cambiare le regole prima ci vogliono regole”. Detto questo, ricordo di lui il simpatico aneddoto delle dita nel naso di qualche anno fa. Eco con le dita nel naso?Si. E’ stato immortalato e l’Osservatore Romano non ha potuto fare a meno di far notare la caccola nasale di cui l’Umberto era in cerca. Come mai? Beh, così va il mondo. Eco nei giorni precedenti aveva sproloquiato addosso a Benedetto XVI accampando una propria presunta  superiorità in campo filosofico e teologico. Eppure è sempre stato noto come semiologo, più che come teologo. Quando il fotografo lo ha immortalato però non sembrava dissertare di trinità né cercare il “significato secondo” bensì l’unicità della caccola prima, e lui si è imbestialito.  L’articolo dell’Osservatore Romano peró, scritto da Silvia Guidi, in realtà titolava “Un fallimento di lusso” e non si occupava principalmente di caccole bensì riportava la stroncatura avvenuta a ridosso della Fiera del libro di Francoforte 2011 da parte della stampa tedesca per la “irrimedialbile noiosità” del libro di Eco e aggiunge una foto a corredo. Diciamo che più che con l’articolo è con la foto che la stampa vaticana lo ha messo “all’indice”. Peccato, poveraccio. Ho quasi amato, o almeno stimato, Eco per tutta la giovinezza. All’università era per me “il” semiologo e dopo Roland Barthes, ritenevo, c’era solo lui, altro che Chomsky. Ho letto le postille a “Il nome della rosa” come lui indicava (“leggete le postille, non c’è bisogno di leggere il libro”) e mi sono vantato per anni di possedere la chiave dell’opera senza averla letta. Perchè per la “sua” semiologia questo è ciò che conta in un testo: il segno e il suo funzionamento, la logica che lo regge, la struttura che lo sostiene. La possibilità, alla fine, di guardare l’altro dall’alto in basso dicendo “tu hai letto ma io (ego) non ho avuto bisogno di leggere, posseggo la chiave del testo”. Poi mi sono reso conto negli anni di quanto questa visione sia sterile ma soprattutto di quanto Eco abbia saputo frantumare le balle con questo ego nascondendo l’io e, con ciò, di quale grande pericolo per la perpetrazione della specie egli abbia di fatto rappresentato. Tuttavia il mio amore per la vita ha vinto e oggi resto quindi grato a lui per la passione che le “Postille” al Nome della rosa hanno fatto nascere in me per lo studio e l’analisi del testo e del contesto, del significante e del significato, del simbolo  e della metafora, del paragone e dell’iperbole e per tutto ciò che è parola. Nel momento della notizia della sua morte, dunque, impossibile non provare dolore: per la perdita umana che alla fine – forse – supera il ricordo del danno prodotto da molte delle sue menzogne. Giocare col suo cognome e sempre stato facile ma oggi mi auguro che l’eco di un addio possa lasciare più spazio finalmente non all’ego ma all’io.

Paolo Grisorio

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