Perché far parte del cambiamento?

Considerazioni di un giovane che si approccia per la prima volta al controverso mondo della politica

La nostra realtà è soggetta ad un mutamento inarrestabile. Mi rendo conto che sappia di frase fatta, ma non lo è poi molto. Ogni giorno, nel 2018, siamo costretti a riconsiderare quelle che per noi erano certezze, a rivalutare i nostri idoli e a cambiare le nostre abitudini. Non ci credete? Se 2 anni addietro vi avessero detto che vostra figlia sarebbe entrata in un negozio per comprare dei pantaloni già rotti, ci avreste creduto? Se vi avessero detto che avreste pagato un normalissimo minestrone di verdure la modica cifra di 12 euro e delle scaloppine al vino bianco 8, che avreste pagato 1500 euro un cellulare e 6000 un’automobile, ci avreste creduto? E la politica, ovviamente, non fa eccezione. Nella società liquida - con cui facciamo i conti nella nostra quotidianità - non c’è più spazio per un ideale, semplicemente perché manca il substrato di terra e roccia sul quale edificare un castello di valori che ci tenga al riparo da questa alienante insicurezza. Allora cosa spinge un giovane, un ragazzo di vent’anni o giù di lì, ad approcciarsi a questo mondo ormai deidealizzato? Io posso dare la mia risposta, che sicuramente non sarà omologabile in toto a quella degli altri che, come me, hanno la tessera di un partito nel portafoglio. Non sono privo di ambizioni, chiaramente, ma considerato il fatto che la natura non mi ha dato né l’abilità oratoria di Demostene né la pecunia di Rockefeller, allo stato attuale, sono più che altro inquadrabili come velleità. E non è un male, perché l’assenza di grosse responsabilità mi permette di vivere al meglio ogni secondo di questa mia preziosissima esperienza. Mi piacerebbe, un giorno, passeggiare per le strade della mia città, in una di quelle domeniche tiepide di Maggio, con accanto una moglie orgogliosa che cammina a testa alta perché sono una brava persona, uno  che si mette al servizio degli altri, che ascolta i loro problemi e magari riceve qualche amichevole pacca sulla spalla per averne testé risolto qualcuno. Questo è il mio sogno, ma fondamentalmente non è ciò che mi ha spinto ad entrare in politica, se questo è il modo corretto di definire la mia avventura. Il mio personalissimo fine, la mia ragione prima, che mi tira giù dal letto il sabato mattina per montare il gazebo in piazza è capire, conoscere. Cosa? Tutto. Tutte le mattine alle 6, a casa mia, suona la sveglia e mio padre e mia madre si alzano dal letto per andare al lavoro. Lo fanno da sempre, senza lamentarsi, senza null’altro sperare che un’esistenza felice e dignitosa per loro e soprattutto per me. Voglio - esigo - sapere se chi gli promette un salario minimo e un’età pensionabile che rispetti il loro (sostanzioso) contributo produttivo li stia prendendo per i fondelli o non ci dorma la notte. Non dormire la notte, esattamente. La fiducia di una comunità pretende l’assunzione di questo grandissimo fardello. Voglio – esigo – sapere quanto ancora durerà il degrado davanti alle stazioni e ai nostri campi santi, dove il sonno eterno dei nostri Padri è turbato da schiamazzi fino a tarda notte e dall’odore acre del piscio. Voglio – esigo – sapere cosa ne sarà del mio diritto al lavoro, del mio diritto a far valere le mie ragioni in un processo EQUO e di tutti gli altri diritti e libertà costituzionali che, spesso e volentieri, sono rimasti esclusivamente sulla carta. E chi, per un qualsiasi motivo, ha dovuto entrare in tribunale è consapevole di quanto siano veraci queste mie parole. Si parla di cambiamento? Ottimo. Lo voglio, esigo di vederlo. E siccome non sono nato per avere pretese senza far nulla, nel mio piccolo, ho scelto di farne parte. Cos’è per me la politica, quindi? È poter dire con fierezza a mia madre, a mio padre e a tutta la mia comunità: “ce la stiamo mettendo tutta!”. Ci fermerà forse qualche sputo, secondo voi?

G. M. G