Di Maio: «Lo Stato oggi siamo noi». Quasi come Re sole, ma più bestiale

«Da oggi lo Sato siamo noi», dice Gigetto Di Maio dalla romana Piazza della Bocca della verità, e dice qualcosa di un’ignoranza e di una bestialità impareggiabili.

Una cosa è il governo, una cosa è lo Stato. L’ultimo a dire qualcosa di analogo, «L’État, c’est moi», fu Luigi XIV di Francia, ma sì, il “Re Sole”, instauratore della monarchia assoluta.

Non è il numero della prima persona a fare la differenza, è il dimenticarsi che lo Stato è anche l’altra parte.

Quella che non ti ha votato, quella che non ti crede, quella che ti avversa.

In un Paese decente una frase del genere avrebbe scandalizzato, nel nostro passa inosservata. Ma non a me, perdonate, che in fondo per ricordare ai miei connazionali che le parole sono importanti ho fondato un partito.

«Le parole sono azioni» diceva il più frainteso filosofo di sempre, Ludwig Wittgenstein. Ed io lo credo. Credo che le parole siano quanto ci differenzia dalle bestie, e se le usi a cazzo – perdonate – la tua prossimità con il disumano aumenta.

Che sembra niente, uno sdrucciolo verso la leggerezza. E invece è un balzo verso la disgrazia. Leggete Primo Levi, e riflettete:

«Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata». 

«Sulla menzogna sistematica e calcolata». Che non è diverso dal poter dire cose diverse a giorni alterni. Alla bisogna. E sai quando succede? Quando non hai una visione morale del mondo e di te stesso.

Dice Grillo che questa sarà una rivoluzione democratica. Peccato che sia iniziata con la frase di un monarca assoluto.

A presto.