Aumentano gli immigrati anche nei reparti italiani di oncologia

Aumentano gli immigrati anche nei reparti italiani di oncologia. Il problema sanitario che segue il flusso di immigrazione clandestina con i numeri da record che tutti avete visto nei vari tg nazionali in questi giorni ha anche un altro risvolto. Non è solo la diara dei famosi 35 euro più 2,50, ma anche un enorme costo sanitario. Aumentano gli immigrati anche nei reparti italiani di oncologia dove or
mai sono il 15 per cento dei pazienti, e sono casi spesso ...

Aumentano gli immigrati anche nei reparti italiani di oncologia. Il problema sanitario che segue il flusso di immigrazione clandestina con i numeri da record che tutti avete visto nei vari tg nazionali in questi giorni ha anche un altro risvolto. Non è solo la diara dei famosi 35 euro più 2,50, ma anche un enorme costo sanitario. Aumentano gli immigrati anche nei reparti italiani di oncologia dove or mai sono il 15 per cento dei pazienti, e sono casi spesso difficili , senza soldi, senza famiglia. Tra questi, molti sono gli irregolari, ossia clandestini, che vengono presi in carico e curati dagli ospedali pubblici. Lo ha sottolineato sabato Carmine Pinto, Presidente dell'associazione degli oncologi italiani Aiom, intervenendo al congresso europeo di oncologia Esmo in corso a Madrid. "Sempre più spesso ci troviamo di fronte malati da altri Paesi - ha spiegato Pinto - dall'est Europa, dall'Asia, dal nord Africa. Molte le badanti, che sono il problema maggiore. I casi di cancro sono più diffusi in queste categorie perché scarseggia la prevenzione, e poi sono numerosi i casi legati a fumo e alcol". "Noi li curiamo tutti, anche gli irregolari certo, è doveroso. Anche se bisogna fare i salti mortali: trovare un medico di famiglia temporaneo, capire come gestire il post-terapia una volta usciti". Perché  molti sono in condizione di indigenza, con un lavoro precario e non riconosciuto :"Prendiamo una badante con un cancro alla mammella" ha detto l'oncologo. "Per ricoverarsi e curarsi da noi perde il posto, non lavora, non ha soldi. L'alternativa è tornare nel proprio Paese, dove spesso non la curano neanche. Sicuramente servirebbe una gestione sul territorio,   per non abbandonarli ma anche per evitare che l'intera terapia si svolga in ospedale, anche quando non sarebbe necessario, perché questi pazienti non sanno dove andare dopo. redazione Varese Press