La supremazia della politica

La supremazia della politica
  Grandi gli Stati Uniti d’America, capaci di svolte profonde nei momenti cruciali della loro e della nostra storia. Fu così nel 1933 quando, dopo la drammatica crisi del 1929, causa non ultima dell’avvento del nazismo in Germania, seppero approvare la Glass Steagall Act che pose fine alla finanza creativa del tempo, separando nettamente le attività commerciali delle banche da quelle finanziarie.   E lo fa ora con il vo...

La supremazia della politica   Grandi gli Stati Uniti d’America, capaci di svolte profonde nei momenti cruciali della loro e della nostra storia. Fu così nel 1933 quando, dopo la drammatica crisi del 1929, causa non ultima dell’avvento del nazismo in Germania, seppero approvare la Glass Steagall Act che pose fine alla finanza creativa del tempo, separando nettamente le attività commerciali delle banche da quelle finanziarie.   E lo fa ora con il voto dell’8 Novembre, nella stessa data della caduta del muro di Berlino del 1989, con la vittoria di Donald  Trump alle elezioni presidenziali.   Solo le “intellinghezie ideologiche” e socialmente condizionate potevano essere rassicurate dai media e dai sondaggi e dalle “profezie che si autodistruggono”, che assicuravano della vittoria sicura di Hilary Clinton, espressione della continuità dell’establishment politico dominante, contro quell’estraneo e anomalo soggetto di Donald Trump, immediatamente bollato come “unfit”, inadatto ad assumere il ruolo di comandante in capo del più grande impero del mondo. Stanotte, contro tutte le previsioni, Donald Trump ha vinto conquistando con la Casa Bianca il controllo maggioritario del Congresso americano.   Considero questo risultato come  la riaffermazione del principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) ossia la ripresa del ruolo finalistico della politica che, contro la subalternità impostale dalla finanza che pretende di assecondarla ai suoi fini insieme all’economia, ha segnato la rivolta pacifica e democratica delle classi popolari sempre più emarginate e lateralizzate.   Con un ceto medio e una classe operaia ridotti a subire tagli nei posti di lavoro e riduzione degli stipendi e dei salari in alcuni casi sino al 40-45%, il sogno americano non poteva che tornare a fare i conti con la dura realtà popolare che nel segreto dell’urna, contro tutto e contro tutti, ha fatto valere le ragioni della democrazia.   E’ la sconfitta bruciante della casta e dei partiti che, in America come in Europa sono sempre più lontani dal sentir medio della gente;  é il crollo del sistema di governance fasullo derivante dal superamento della Glass Steagall, non a caso, decretato proprio da Bill Clinton il 12.11. 1999, premessa per il via libera al turbo capitalismo finanziario  che in larga parte del mondo detta le sue leggi e impone o tenta di imporre le sue regole e  governanti proni ai suoi desiderata.   Contro la casta e grazie alla persistenza della democrazia americana, si è avuta la ribellione attiva dei diversamente tutelati, assai meno diffusi negli USA rispetto ai garantiti del welfare europeo, e dei rappresentanti del ceto medio produttivo delle città e della campagna americana, finendo col far prevalere la bilancia a favore di una novità estranea al sistema consolidato del potere USA che ha cercato in tutte le maniere di delegittimarla.   Il primo discorso pronunciato dopo l’annuncio della sua vittoria da parte di Trump, non a caso ha fatto riferimento alla condizione degli emarginati e degli esclusi; un autentico discorso di classe, annunciando il ritorno a quelle politiche espansive e di forti investimenti in opere pubbliche, che hanno fatto immediatamente pensare alle politiche keynesiane che Franklin Delano Roosvelt adottò per superare la crisi del 1929, preoccupato di garantire a tutti una sicura occupazione.   Calato nel suo ruolo di Presidente degli USA, Trump ha reso l’onore delle armi alla sua rivale, annunciando che “sarà il presidente di tutti gli americani e si impegnerà a trovare accordi con tutti coloro che nel mondo vorranno fare accordi con gli Stati Uniti d’America”.   Giunge dagli USA una diversa musica in materia di politica economica con obiettivi che sarà bene si comincino a perseguire anche in casa nostra.   Spiace che Renzi nel suo discorso alla Leopolda abbia usato quell’infelice espressione augurale “ speriamo che sia una femmina”, dovendo immediatamente rincorrere dopo il voto americano la legge ferrea impostagli dalla nuova realtà, mentre non ci dispiace affatto che questo risultato sia giunto indigesto al sicuro partente ambasciatore USA in Italia che, sulla scia della JP Morgan e delle sette sorelle finanziarie americane, tutte schierate con Wall Street a favore della Clinton, non ha trovato di meglio che di impicciarsi negli affari italiani con quel suo indigesto e illegittimo endorsement a favore del SI al prossimo referendum.   Negli USA ha vinto la democrazia e la sovranità popolare liberamente espressa, quella stessa che qualcuno vorrebbe ridurre nel nostro Paese; un disegno contro il quale sono certo si alzerà forte e chiaro il NO dei cittadini italiani che non intendono ridursi alla condizione di sudditi dei poteri finanziari interni e internazionali.   Ettore Bonalberti www.alefpopolaritaliani.it www.insiemeweb.net www.don-chisciotte.net   Venezia, 9 Novembre 2016