Codice degli appalti: dalla correzione alla rottamazione

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di Sergio Pasanisi

 

Le leggi, come le regole di un gioco, sono fatte per chi le usa, per chi gioca. E chi meglio le può giudicare di chi le usa? Piuttosto che i tanti commentatori, che riempiono le pagine dei giornali con articoli da tifo calcistico, come accade addirittura per il Sole 24 ore, il quotidiano che dovrebbe rappresentare gli interessi dell’industria nazionale.

Che il nuovo Codice degli appalti non funzioni, malgrado il “correttivo” recentemente approvato, è un dato di fatto, e ne ho già scritto su questo sito il 13 marzo scorso. Un correttivo che ha riguardato ben 131 articoli su 220, oggetto di un parere del Consiglio di Stato di 150 pagine di suggerimenti. Ovviamente in gran parte disattesi dal Governo.

Tutti, proprio tutti, tranne alcune circoscritte categorie beneficiate dalle nuove norme, hanno espresso giudizi negativi di quella che impropriamente viene chiamata riforma. Sbandierata come provvedimento che avrebbe dovuto, attraverso la semplificazione, l’efficientamento e la prevenzione della corruzione, rilanciare il settore delle costruzioni e contribuire alla crescita del PIL nazionale. E che invece si è rivelata un vero e proprio fallimento. Dimostrato dal crollo degli appalti e dagli scandali sulla corruzione, che continuano ad affiggere il Paese.

Il correttivo fa dei ritocchi. Un maquillage che ha riguardato, ahi noi, anche errori grammaticali! Ma che lascia inalterato l’impianto complessivo della legge, rinviando ad un ulteriore correttivo. Il Codice, ennesima versione della vecchia legge Merloni del ‘94, è un coacervo di norme, costituito oltre che dall’articolato, da oltre 50 provvedimenti secondari (tra DM e linee guida dell’ANAC in gran parte ancora da emanare). Un gigantesco monumento in cui anche i più scrupolosi giuristi non riescono raccapezzarsi. Figuriamoci i funzionari delle nostre disastrate amministrazioni che si trovano quotidianamente alle prese con cavilli interpretativi e con il rischio incombente di compiere un reato.

Si sa, chi fa sbaglia. Ma oggi con questo quadro normativo è impossibile non sbagliare. E quindi forse meglio non fare. Oppure, a pensare male, chi fa è perché ha un interesse illegale che ritiene di essere in grado di poter occultare nel mare magno di norme. Ricordiamoci di Tacito: “corruptissima re publica plurimae leges“!

Ma la cosa più grave è che anche i principi della riforma appaiono offuscarsi in relazione ai comportamenti “pratici” di parti dello Stato e dello stesso Governo. Se è vero che bisogna ridurre le stazioni appaltanti, perché uno dei più importanti organi centrali dello Stato, l’Agenzia del Demanio, si è ristrutturato decentrando le funzioni di stazione appaltante a favore delle Direzioni regionali?

Ma il paradosso più eclatante riguarda l’ANAS, la principale stazione appaltante italiana che il Governo ha in progetto di trasferire dal perimetro della PA al controllo diretto di Ferrovie dello Stato. Qual è una delle principali motivazioni che ne viene data? Sottrarre l’ANAS dall’eccesso di regole burocratiche determinate dal Codice degli appalti, inserendola tra i “settori speciali”, quelli che dovrebbero avere una prevalenza tecnologica. Come se i ponti dell’ANAS fossero diversi da quelli delle strade regionali…

Quindi il Ministro Del Rio, da un lato, in qualità di “arbitro” impone a tutta la PA di sottostare alle mostruosità burocratiche del nuovo Codice degli Appalti, dall’altro, in qualità di “giocatore”, consapevole delle difficoltà, vuol sottrarne l’applicabilità alla sua più importante stazione appaltante!

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