Antonio a Milano di Roberto Malini

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Non se ne parla, non se ne scrive, ma è accaduto ieri, come riportato in una notizia scarna e fugace dall’ANSA: “Un angolano di 28 anni si è ucciso la notte scorsa all’interno del centro di accoglienza di via Fratelli Zoia, a Milano”. Una notizia impersonale come un annuncio mortuario, come se si trattasse di una porzione di normalità quotidiana. Il nome del giovane non appare, né un tentativo di spiegare la tragedia. Milano, la grande Milano prima di Pisapia e oggi di Sala, non vuole che sia intaccata la sua immagine di città accogliente, democratica, amica degli ultimi, lontana dalle ideologie fasciste o intolleranti. E’ talmente “orgogliosa” di tale immagine che se qualcuno la mette in discussione, protestando pubblicamente contro le condizioni di emarginazione e persecuzione in cui vivono i migranti, i profughi, i rom, i senzatetto e i mendicanti, questo “nemico delle istituzioni” viene minacciato dalle stesse istituzioni di azioni legali. Arroganza, mancanza di umanità, spietatezza nei confronti dei più deboli: ecco la Milano odierna, la Milano a cui “da bere” vi sono solo – per chi è vulnerabile – amarezza e il veleno della disperazione. Cercando fra le notizie in rete, sembra che il giovane richiedente asilo si chiamasse Antonio. Non ce la faceva più, era abbandonato da tutti e si è impiccato, di notte, in un bagno del centro di accoglienza.

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