Corrado Augias . Questa nostra Italia .

. Questa nostra Italia- intervista di alessandro terradura Dopo New York, Roma, Londra, Istambul e Parigi, per svelare la consistenza vitale e  autentica delle città, quella che il turista non sempre può o sa vedere, esplorando, indagando e raccontando le storie, i luoghi, la nebbia e le notti, Augias torna a casa, dal suo amore profondo, con malinconia e delicatezza, come solo una mente nobile e di antica educazione può fare. Vola, con i racconti, da nord...

. Questa nostra Italia- intervista di alessandro terradura Dopo New York, Roma, Londra, Istambul e Parigi, per svelare la consistenza vitale e  autentica delle città, quella che il turista non sempre può o sa vedere, esplorando, indagando e raccontando le storie, i luoghi, la nebbia e le notti, Augias torna a casa, dal suo amore profondo, con malinconia e delicatezza, come solo una mente nobile e di antica educazione può fare. Vola, con i racconti, da nord a sud della penisola alla ricerca del filo comune dell’identità di un paese ricco, bellissimo e tormentato. Questa nostra Italia, luoghi del cuore e della memoria, Libreria Nuova Europa , Roma. Ho colto, insomma si coglie l’occasione, si approfitta anche per raccontare tante vicende del nostro Paese, che sono vicende controverse, spesso drammatiche, che hanno fatto la nostra storia e hanno accompagnato le nostre vite e che, in un certo senso, ci hanno fatto ciò che siamo.   Perché noi, sia per andare dietro a Benedetto Croce, sia perché è così oggettivamente, noi siamo ciò che la nostra storia ha fatto di noi.   Storia drammatica. Sappiamo tutti che fino a un secolo e mezzo fa, questa strana penisola, così curiosa, capricciosa, nella sua conformazione geografica, era divisa in tanti pezzetti   Io ho molto insistito in questo libro sugli scrittori e sui poeti  per due ragioni. La prima è che gli scrittori e i poeti sono in genere migliori delle persone hanno una vista, un intuito, una capacità di guardare lontano più spiccata delle persone comuni, come me, come alcuni di voi. La seconda è che gli scrittori e i poeti, a partire dal ‘300, per dare una data, ma potremmo anche dire dal ‘200, pensando a certi esempi, sono quelli che hanno formato la lingua nella quale noi oggi ci esprimiamo. Io mi esprimo, voi mi capite perché usiamo la stessa lingua. Che è una cosa importantissima, perché, vedete, molto prima che l’Italia fosse uno Stato, si è formata come Nazione proprio grazie alla lingua. Dunque la lingua per noi, non è soltanto un fattore, un elemento di comunicazione, espressivo, è anche un elemento di identità.   Noi ci identifichiamo come italiani anche grazie alla lingua. Lingua di cui non sto a tessere l’elogio. Goethe diceva “la più bella del mondo”.  Posso capire che a un orecchio tedesco coltivato, l’italiano susciti delle eco musicali, addirittura, perché noi abbiamo una lingua piena di vocali, cosa che non succede quasi mai, le lingue nordiche sono lingue dove la contrazione è sempre più incisiva, a partire dall’inglese che era molto più vocalico, ma oggi a forza di contrarre i suoni sono più sulle consonanti che sulle vocali.   Voi sapete che sulle consonanti non si può tenere una nota, la nota la puoi tenere solo sulla vocale . Ecco allora questo contribuisce alla musicalità della lingua, d’altra parte l’inglese ha il vantaggio della concisione.  
  1. L’Italia continua a non comunicare e ci sono comunque le differenze tra nord e sud che probabilmente non sono mai cambiate. Abbiamo fatto l’Italia, bisogna ancora farli gli Italiani?
 
  1. Cominciamo con una domanda cruda. Guardi tra i Gallesi e gli inglesi, tra gli scozzesi e gli inglesi, tra i bretoni e i provenzali, non ci sono meno differenze che tra Piemonte e Calabria. L’Europa è fatta di queste contraddizioni. Del resto anche se andiamo in America, tra un americano del Connecticut e un americano dell’Alabama ci sono le stesse differenze che ci sono tra uno di Trento e uno di Napoli, sia chiaro, l’abbiamo visto. Noi vediamo i film di Woody Allen, ma quando vediamo i film dell’America profonda, quella dentro, vediamo che è un’altra cosa.  Le differenze non ci spaventano, ci spaventa un’altra cosa. Ci spaventa il fatto che in un secolo e mezzo non siamo riusciti a saldare prima di tutto da un punto di vista economico queste due Italie, perché la mia idea è che l’economia è un potente fattore di unificazione.
  Quando l’economia tira da una parte si tira dietro tutte le persone che ne partecipano. La Lombardia e il Veneto oggi non è che abbiano la ricetta, hanno punti in comune.  La vicinanza geografica, ma quello che le tiene unite è il fatto che sono due regioni in traino. La Lombardia e il Veneto, se le prendiamo isolatamente sono tra le zone più ricche d’Europa. Se invece prendiamo la Calabria è una delle zone più povere dell’Europa. È l’economia che accomuna quelle due regioni, perché poi per il dialetto, per i gusti, per la storia, ognuna se ne va per conto suo. E noi non siamo riusciti a fare questa saldatura economica in Italia, è questo che preoccupa, nonostante 50 anni di Cassa del Mezzogiorno. Ci riusciremo? Certo, con la crisi economica che è appena finita non era facile, ma ci stiamo avviando in un percorso di crescita unitaria.  
  1. Secondo lei è finita veramente?
 
  1. No, guardi non faccia così con la testa, perché i dati la smentiscono. I dati sono unanimi, sia quelli nostri, sia quelli che vengono dall’estero.
Solo che deve tenere conto d questo: una crisi economica durata 8 anni, va giù molto rapidamente.  Quando si ricomincia a risalire, perché si risalga non dico al livello che si era lasciato ma un po' più su, ci vuole molto tempo. Quindi della ripresa noi possiamo non accorgerci ancora nella nostra vita di tutti i giorni, ma se lei guarda gli indici, le esportazioni, la produzione industriale, vede che la ripresa c’è e se continua, e questo dipende dall’equilibrio politico che è un altro discorso, se continua, tra un po', che non so quantificare, arriva pure al mercato rionale qua vicino. Ci vuole tempo.  
  1. Io vedo solo il lavoro dei giovani nei posti che chiudono…
  Non me lo deve dire, lo so che lei lo vede, lo vedo anche io, ringraziamo il cielo. Io dico che gli indicatori economici di fondo vanno in quella direzione, che sono la produzione industriale e l’esportazione. Lei dice: quel ragazzo vicino casa mia non ha lavoro,  lo avrà. Lo avrà se la cosa continua. E questo dipende dalla stabilità politica, che lei non lo sa, io nemmeno, ma se lo chiedessimo al Presidente Mattarella, non lo saprebbe nemmeno lui…  
  1. Da quello che ci ha raccontato si evince che anche questo libro come gli altri è una storia d’amore, una storia d’amore tra lei e gli argomenti che tratta: non riesce a trattare niente senza innamorarsene. Detto questo, ho letto le prime pagine del libro e mi sono emozionato a leggere di Gobetti. Le faccio perciò una domanda politica che forse avrà risposta nel proseguo del libro: le condizioni di noi italiani non sono anche molto influenzate dal fatto che da cinquanta e passa anni i nostri politici ci parlano molto di diritti e poco di doveri.
 
  1. Amico mio, mi aspettavo delle domande più facili…. Ha richiamato la figura di Gobetti, che è uno che è morto a 26 anni, giovane genialissimo, non soltanto politicamente ma anche dal punto di vista culturale, letterario, perché lui fu il primo a rendersi conto che Eugenio Montale era un grande poeta. La prima raccolta poetica di montale l’ha pubblicata Gobetti.
Lui era naturalmente antifascista e lo scriveva e Mussolini era molto irritato dal suo antifascismo e un giorno una squadraccia lo aggredì a Torino, lui era torinese, era un ragazzo gracile, aveva 24 anni, lo aggredirono e lo ridussero quasi in fin di vita, per cui lo misero su un  treno e lo mandarono a Parigi dove, pochi mesi dopo, a seguito delle botte prese, morì.   E se voi andate a Parigi, al cimitero del  Père Lachaise, c’è la sua tomba umilissima e quasi quasi è bene che sia così, perché lui era il rappresentate di quella via di mezzo  (amico di Gramsci tra l’altro) tra il socialismo e il liberalismo che, per mia personale opinione, dunque opinabile, sarebbe la nostra salvezza se riuscissimo a trasformarlo in un sistema politico.   Per questo io ho cominciato a lavorare all’Espresso e poi a Repubblica perché questi giornali erano, allora, adesso è una cosa un po' più complicata, erano su questa linea. Guardavano con interesse il Partito Comunista, cercavano di stimolare la Democrazia cristiana e si tenevano in mezzo tra queste due grandi Chiese, quella del PC e quella della DC, si tenevano in mezzo cercando di diventare sperabilmente la coscienza critica e dell’uno e l’altro.  Era quella linea mediana che, come il nostro amico sa, a Gobetti, si rifaceva… poi tutto è andato per aria, sarebbe lungo rifare tutta la storia, nel libro in parte è accennata .. però lei ha ragione, quella secondo me è stata la migliore intuizione politica, la più sana che noi abbiamo avuto in questa penisola dove noi abbiamo inventato un sacco di cose cattive, perché noi abbiamo inventato il fascismo, nel ‘19, nel ‘22, che poi Hitler copierà nel ‘33, abbiamo inventato il protagonismo di Destra con Berlusconi nel ‘92… abbiamo incarnato in quell’uomo questa intuizione, che i partiti rappresentanti di un’idea erano morti e che bisognava che la leadership politica fosse affidata ad un individuo capace di fascino, rappresentativo, con forti interessi e oggi è così dappertutto… però abbiamo avuto Gobetti e ce lo teniamo…. lui dice: bisogna amare l’Italia, con spirito europeo e con lo sguardo dell’esule in Patria. Cioè amare l’Italia sì, ma con lo sguardo di chi anche in patria si sente abbastanza distaccato dalle cose da poterle giudicare. Cioè lui parlava negli anni del nazionalismo, bisogna collocarlo in quella fase storica, il nazionalismo è la degenerazione dell’amor patrio, quelli che oggi dicono il sovranismo.. sventurati loro perché, come diceva il profeta, non sanno quello che dicono, non sanno che fantasmi evocano parlando di sovranismo… chi ha letto qualche libro sa cosa è stato il flagello del nazionalismo, questi qui si riempiono la bocca senza sapere.  
  1. Lei ha parlato di questa bellissima Italia, le montagne, la lingua, la politica, ma ho l’impressione che molti italiani, e soprattutto molti giovani italiani, non abbiano più tanto l’orgoglio di appartenenza, non sentano più la voglia di essere italiani, non si rendono conto di tutte le meraviglie che abbiamo. Secondo lei  perché la classe politica in tutti questi anni, la classe politica di sinistra, di destra, quella che sia, non ha cercato di favorire la nascita e la conservazione di questo orgoglio nazionale, nel senso di lavorare sulla scuola, di introdurre tra le materie anche qualcosa che contribuisse ad aumentare questo orgoglio, questo fascino di essere italiani,  perché io mi rendo conto che in tanti altri Paesi questo discorso c’è, e come se c’è.
 
  1. Sì, la capisco benissimo e guardi non è facile. Non è facile in un momento di grandissimi ingolfamenti e, io non esito a dire, rivoluzione. Noi stiamo attraversando una rivoluzione. Lei dirà “che bestialità dice”. No credo di sapere quello che dico: noi stiamo attraversando una rivoluzione, intanto nell’economia. Perché l’economia globale ha cambiato i parametri ovunque nel mondo, dappertutto.
Poi nelle comunicazioni: le comunicazioni istantanee lei pensa che si limitino al fatto che io al cellulare dico sto per arrivare, tra un quarto d’ora starò lì? No, le comunicazioni istantanee hanno rivoluzionato la nostra vita, la percezione del reale, i contatti tra le persone, la solitudine o la compagnia delle persone, c’è chi dice che ci hanno trasformato antropologicamente forse è un’esagerazione ma c’è chi lo sostiene. Poi, l’immigrazione. Noi non abbiamo mai vissuto un fenomeno di queste dimensioni. È una novità che spaventa molto. E potrei andare avanti ore con cose di questo tipo. In una situazione di questo tipo, trovare un uomo politico capace di padroneggiarla, di non perdere consenso  e,  fatte queste due cose, capace di gettare uno sguardo lontano è praticamente impossibile.  Questi sono dei mediocri, molti di questi sono dei mediocri. Però poveracci vanno anche capiti perché lavorano in condizioni difficilissime. A suo modo De Gasperi o Togliatti, in un’Italia in rovina avevano un lavoro più facile, perché avevano dei punti di riferimento fermi a cui appoggiarsi. De Gasperi aveva la Nato, la ricostruzione, il piano Marshall, i soldi degli americani, l’Italia da rimettere in piedi, tutti compiti solidi, che possono essere enormi ma possono essere affrontati. Togliatti aveva l’ideale di arrivare piano piano, per carità non fate la rivoluzione, cauti, ma per via parlamentare noi arriveremo a cambiare l’Italia. Avevano dei punti di riferimento forti, potevano guardare lontano. Questi di oggi non possono farlo perché si è spappolato il tessuto politico. Noi il 4 marzo andremo a votare sapendo già che non ci sarà un risultato definitivo, per cui è possibile che in autunno dovremmo rivotare, capisce, prima si parlava della ripresa economica. In una situazione del genere di instabilità politica è anche difficile individuare i punti ai quali ancorare una ripresa solida economica, più celere soprattutto… io lo capisco è un compito immane. Nessuno vorrebbe stare al loro posto.  
  1. Ritiene che i politici di oggi non siano all’altezza del mandato?
 
  1. Io sono sicuro che la maggior parte di loro è in buona fede, cercano d fare quello che possono. La loro prima preoccupazione è prendere più voti possibile il 4 marzo, perché ognuno di loro ha un’idea di quello che con quei voti può combinare. La politica la puoi guardare da sopra e da sotto. A me non interessa guardarla da sotto .No a me piace guardarla da sopra, cercare di capire, non ci riesco quasi mai, cosa sta succedendo, dove possiamo andare a parare.
 
  1. Del suo libro mi ha colpito molto una frase: “La scuola democratica, quindi parlando del 68, è stata la negazione della democrazia”. Per quanto ancora pagheremo questo scotto?
 
  1. La scuola “democraticista” è stata la negazione della democrazia, sa perché?
È un ragionamento molto semplice, perché nel momento in cui tu devi aprire, giustamente, la scuola alle masse più larghe possibile, per cui il liceo classico non è come quando l’ho fatto io alla fine dell’800, il liceo dei ricchi che si divertono a parlare in greco così un po' alla grossa… no, il liceo classico è un tipo di specializzazione di scuola media alla quale chiunque abbia la capacità, la voglia e la testa deve poter accedere. Poi nel momento in cui tu apri la scuola e l’università il più possibile devi sapere in partenza che il rischio è che appiattisci l’insegnamento e appiattendo l’insegnamento togli valore al titolo di studio e togliendo valore al titolo di studio fai sì che chiunque debba assumere un giovane non guarda più alla profondità degli studi effettuati. Quello passa in secondo piano. Il titolo di studio deve essere sostituito con altri elementi.   Quando io feci i concorsi, uscito dall’università, mostravo la laurea con i voti e quella era una carta da visita importante, oggi lo è molto di meno.   Poi io ritengo che avere messo i genitori nel governo della scuola è un errore, perché il processo educativo deve essere un rapporto insegnante-allievo.   La famiglia nell’educazione dei giovani ha un ruolo forse più importante ancora di quello della scuola.   Io ricevo ogni giorno una classe, due classi per il programma che faccio e vedo in tre parole chi ha l’aiuto anche di una famiglia e chi ha solo la scuola. Perché la scuola ti dà qualcosa, ma poi se in famiglia non si legge un libro, non si fa un discorso insieme, non ci si siede a un tavolo a dire che hai fatto oggi, se non completi quello che si fa a scuola, la scuola non basta.   La famiglia è fondamentale.   Al di là delle strade prese lungo il continuum dei percorsi storici, politici, economici, linguistici, geografici, di unità e di rivoluzione, una serie di caratteristiche ci rendono unici e riconoscibili immediatamente in qualsiasi parte del mondo. Le pagine di Augias sono un viaggio tra le città, la provincia, gli scrittori, i poeti, alla ricerca di questo codice segreto che portiamo dentro di noi e che celebra la grandezza della nostra storia.   “Una lettera d’amore di un raffinato uomo di lettere”.  - http://biancamano2.einaudi.it/   di alessandro terradura