Riflessioni identitarie di un'uggiosa mattinata di marzo

Riflessioni identitarie. Molto spesso, quando non si ha nulla da fare o si elude quello che si dovrebbe fare, si pensa, e quando si pensa ci si perde più che altro in sciocchezze, ma, talvolta, ci si azzecca. Ci sono pensieri, a volte, che per il loro particolare modo di emergere assomigliano in qualche modo a delle rivelazioni graduali, lente, costanti, ma, nello stesso tempo, dotate della forza devastante delle gocce d’acqua che, ritmiche e inesorabili, scuotono la mente de...

Riflessioni identitarie. Molto spesso, quando non si ha nulla da fare o si elude quello che si dovrebbe fare, si pensa, e quando si pensa ci si perde più che altro in sciocchezze, ma, talvolta, ci si azzecca. Ci sono pensieri, a volte, che per il loro particolare modo di emergere assomigliano in qualche modo a delle rivelazioni graduali, lente, costanti, ma, nello stesso tempo, dotate della forza devastante delle gocce d’acqua che, ritmiche e inesorabili, scuotono la mente delle persone, erodendo la possibilità di tornare allo stato precedente il “supplizio”. Molto spesso, per questioni culturali e non solo fisiologiche, siamo portati ad accogliere negativamente ogni processo che eserciti sul nostro stato psico-fisico un effetto doloroso, tant’è che, per rifuggirlo, siamo portati a chiuderci nel torpore dell’abituale, nell’anestesia indotta da anni di passivo ascolto e assunzione di ciò che « è giusto ». Ma chi lo dice che il dolore non può anche essere positivo? Ogni processo di messa in crisi di valori, pensieri e credenze sedimentate non può che essere accompagnato da una sensazione poco piacevole, è normale; è un po’ come quando un bambino, dopo essere caduto innumerevoli volte ed essendosi procurato altrettante piccole escoriazioni, attraversato il salotto,  alla fine, conquista l’agognato bacio materno. Questa eroica sgambettata , questo nostro personale piccolo doloroso calvario, potrebbe essere, per tutti noi, custodi di antichi usi e costumi per ora solo in parte intaccati, la messa in crisi di quei “valori” appiattenti e uniformanti e di quelle “dolci” parole sobillatrici rivolte, le une, a gettar fumo negli occhi, gli altri, dopo averci confuso, a deradicarci dalle tradizioni di un luogo, dai valori sedimentati nelle nostre comunità nel corso dei secoli. È difficile negare certi dogmi globalisti, indubbiamente, ed è e sarà tanto più complicato liberarsene quanto più riusciranno a convincerci che affermare l’esistenza e la diversità dei popoli è il male supremo in quanto espressione del delirio razzista. Nulla di più falso. Il razzismo (una teoria, se così possiamo chiamarla, ormai relegata negli immondezzai della Storia) pone le differenze tra popoli a livello biologico, in modo tale da separare gli individui raggruppandoli per razze (un po’ come il Bracco italiano si divide dallo Springer Spaniel, dal Bolognese ecc…) e questo, non servirebbe nemmeno dirselo, è assurdo. Tutt’altra cosa è invece ammettere una differenza tra popoli partendo dalla cultura (la cultura non è un qualcosa dalla quale ci si può liberare, un vecchio abito che si decide di buttare sostituendolo con uno nuovo, maggiormente adatto alla festa alla quale si è deciso di partecipare ), ovverosia riferendosi a tutti quegli usi, costumi e valori derivanti che ci delineano e ci formano partendo da una amorfo e infinitamente potenziale stato iniziale (un neonato, alla nascita, è come plastilina informe che, crescendo e venendo educato secondo una certa cultura, assume una forma via via sempre più definita; è possibile sottoporsi a certe modifiche ma è impossibile uno stravolgimento, a meno che non si decida di abbandonare tutto quello che si era prima). Il fatto che l’antropologia culturale cerchi, da anni, di risolvere il dilemma di una coesistenza tra culture ne ammette implicitamente l’esistenza e la differenza tra le stesse. Perché allora cercare di convincerci che i popoli, come espressioni culturali specifiche, non esistono? Perché convincerci di appartenere tutti a un unico, grande e affiatato popolo? Forse perché, inducendoci ad associare il senso di colpa al pensiero dell’esistenza di popoli differenti tra loro, fossimo tentati di rifugiarci nel più accomodante e politicamente corretto concetto di Uomo Universale, concetto che, per le sue caratteristiche, potrebbe essere maggiormente spendibile per qualche scopo? Può anche essere. Non è comunque intento di nessuno voler essere complottista. Ritornando ad argomentazioni di maggior spessore, una tendenza comune è quella di identificare la cultura o con quello che si scrive sui libri, o anche soltanto con un processo eterodiretto atto a definire i caratteri di una Nazione (la cultura italiana, tanto cara ai padri fondatori dello Stato italiano ad esempio). Questo è vero solo in parte, o per lo meno è identificabile unicamente come una percentuale dei significati della parola cultura. Ci si dimentica troppo spesso che molto di ciò che siamo proviene non da dialoghi ( in famiglia, a scuola, a lavoro, al bar ecc… ) con altri individui, ma dalla semplice osservazione e assorbimento indiretto ( poiché non sottoposto ad analisi ) degli stimoli dell’ambiente sociale e naturale nel quale siamo immersi; in altre parole, ci si ritrova a rispecchiare in noi molto di quello che un determinato popolo ha, a sua volta e tramite processi autoregolatori, imparato a essere in un determinato spazio naturale. Questo è ciò che è primariamente cultura per una persona. Sembrerà magari assurdo, ma quanti di noi subalpini non hanno mai sentito la necessità di districarsi tra i nostri cugini di verde, legnosa e nodosa stirpe ? Di unirsi, con un abbraccio che potrebbe anche risultare mortale, alle gelide acque degli innumerevoli specchi d’acqua che popolano le nostre terre ? Questi desideri, queste necessità derivano non da una riflessione logica e consapevole, ma da un dialogo silenzioso tra la nostra interiorità, anche organica, sanguigna, e la geografia che ci accoglie avviluppandoci in un bozzolo nel quale, interiorizzando l’esteriorità, impariamo a farla nostra ( digeriamo e assimiliamo gli input naturali proprio come facciamo con il cibo ). I tedeschi, nel loro remoto passato, hanno tratto, dal dialogo con una natura indomita, il bellissimo concetto di jagdfieber che, in italiano, possiamo tradurre con febbre della caccia, ovvero, un viscerale e tormentato senso di appartenenza ( ad un luogo dai popoli germanici fortemente vissuto e sentito come la Foresta Nera ) concomitante, nel caso specifico, alla pratica di quell’arte che, un tempo, garantiva la sopravvivenza degli uomini. Questo concetto, per tutti coloro che vivono in luoghi definiti dall’odore del legno bagnato, delle foglie in marcescenza nel sottobosco e del ferroso e oleoso fiato del lago quando fa troppo caldo, non è di difficile comprensione, anzi, se ci pensiamo bene non possiamo che sentirlo in noi come una verità rivelata dal continuo e incessante sussurrare della Natura nel nostro orecchio, come un germe che è sempre stato lì, a covare in noi, fin dalla nostra nascita : un senso di appartenenza carnale e spirituale ad un luogo, nel quale siamo nati, viviamo e ci riproduciamo, tanto forte da percepirlo non più come esterno al nostro corpo, ma come prolungamento, con tutte le forme attraverso le quali si manifesta, dello stesso. Suddetto prorompere del sentimento di far parte di una comunità lacustre, boschiva e montana che percepiamo in noi cos’è se non l’emergere alla coscienza di uno spirito di popolo, di una cultura nel vero senso della parola, che proprio nel manifestarsi non lascia adito a dubbi sulla sua esistenza? Noi siamo la nostra terra, i nostri bacini e corsi d’acqua, i nostri boschi e tutta quella prassi gestuale e concettuale che, con lo scorrere dei secoli, i nostri avi hanno per noi plasmato e che oggi abbiamo il compito di tutelare assestandola con il tempo presente. Certo, possiamo anche decidere di gettare tutto nel fuoco e farci plasmare da una ristretta oligarchia di sapienti che, senza nemmeno troppo nasconderlo, pensa di sapere cosa è meglio per tutti, ma, si vuole crederlo, forse è meglio tenerci stretta quella sapienza che ci è stata trasmessa. Coloro che pensano che oggi si stia andando verso una società senza cultura sbagliano, l’uomo senza un sostrato culturale non può esistere ( si pensi ad un neonato gettato nel turbinio del mondo o a quegli annichiliti dei campi nazisti che Levi descrive in Se questo è un uomo ); no, quello verso cui si sta cercando di portarci è un mondo nel quale le vecchie culture devono essere soppiantate e sostituite da un unico modus operandi, una sovra-cultura che è sbagliata proprio per il fatto di non essere il frutto di naturali aggiustamenti spontanei, ma di essere eterodiretta. La nostra fortuna è che simili processi sono lunghi e di difficile attuazione; non addormentiamoci però! Un’altra fortuna, per noi popolazioni italiche, è che siamo i meno omogenei d’Europa e lo scarso successo di creare gli italiani, che da più di centocinquant’anni impegna il nostro Stato, la dice lunga. Gli Italici devono solo ( si fa per dire, l’impresa non è semplice ) imparare ad accettarsi per quello che sono, un insieme di popoli diversi, e piegare quello che a tutta prima potrebbe sembrare un difetto in un vantaggio; smettere, cioè, di imitare i modelli degli altri europei e cucirsi un abito più adatto alla propria fisionomia e maggiormente rispettoso delle proprie differenze ( una federazione di popoli liberi e uguali uniti da un foedus come perno potrebbe essere una soluzione ). Chissà che magari, in futuro, dopo essere stati trattati per secoli dagli altri europei come dei burattini, proprio gli Italici non avessero qualcosa da insegnare in tema di libertà a un’Europa maggiormente livellata poiché più uniforme e meno impregnata di culture diverse, non divisa in sotto-popolini stolti e legati al passato… Chissà che magari, proprio qui, in Italia, in quanto contenitore per antonomasia di genti diverse, non avesse da cominciare quella rivoluzione sistemica in senso federale che, molti anni fa, Carlo Cattaneo salutò come la miglior forma di organizzazione statale anche in quanto la più rispettosa dell’autodeterminazione dei popoli… Chissà, tutto è possibile. Nel frattempo ricordiamoci, così, giusto per sentirci un po’ più romantici e non perché serva, ciò che, un nostro connazionale, un certo Niccolò Machiavelli, qualche secolo orsono andava scrivendo: « Io dico una cosa che vi parrà pazza, metterò un disegno innanzi che vi parrà o temerario, o ridicolo; nondimeno questi tempi richieggono deliberazioni audaci, inusitate, e strane, e sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo come i popoli sono vari e sciocchi; nondimeno così fatti come sono, dicono molte volte che si fa quello che si dovrebbe fare. »