“Non curiosità di vedere, ma proposito di ispirarvi vi conduca”

Una riflessione sui 650 mila, a cent’anni dal primo conflitto mondiale.

“Non ti ricordi quel mese d’Aprile, quel lungo treno che andava al confine?”. Un “uomo” ancora imberbe, troppo giovane per avere potuto godere del caldo abbraccio di una donna che non fosse la madre piangente, si prepara per mesi di freddo, di fame, di fatiche e di lutti. Zaino in spalla e fucile imbracciato, risale silenzioso il crinale della montagna impietosa, ultima dimora per la maggior parte dei coetanei e probabilmente per lui stesso. Dietro, quella che gli hanno insegnato a chiamare “patria”, per cui bisogna resistere e morire, crivellati dai proiettili delle mitragliatrici. Infuria la battaglia e la pace del Signore delle cime è squarciata dal boato dei cannoni e dalle urla strazianti degli sventurati compagni. Il ragazzo arranca, la neve ormai cremisi e scivolosa. Ogni passo è più incerto del precedente e lo stomaco gorgoglia per l’odore acre di escrementi e visceri bruciati. Gli si para davanti uno in bianco, lo strattona disperatamente e finisce per buttarlo a terra. Il buon soldato fa perno sul calcio del fucile e cerca il ventre dell’altro, che continua a dimenarsi. Prima il pesante giaccone, poi pelle e infine, carne. Tutto vince il freddo metallo, freddo come la luce che si spegne negli occhi dell’uomo che ha appena consegnato all’eternità del Cielo. Così gli è stato insegnato ed egli ora ha tolto la vita prima ancora di aver imparato a generarne una. È in cima, lui con gli altri. Dinanzi, altre possenti vette a perdita d’occhio, ancora bianche e intonse, così come il Signore le ha volute.

Sono passati cent’anni e no, purtroppo non ricordiamo. Abbiamo voluto dimenticare il senso anche solo di una minuscola porzione delle linee che separano gli stati sui nostri atlanti. Ad alcuni - ormai troppo pochi - piace dire che a tracciare quelle linee, quei confini, siano stati “i nostri nonni”. È una bella espressione, crea una sorta di legame emotivo con la nostra terra, ma è così solo in minima parte: la penna di quell’ardimentosa scrittura non ha mai potuto nemmeno immaginarlo un figlio. A cagione di questo, essa avrebbe continuativamente bisogno della nostra memoria, perché questa penna, come una madre morta dando alla luce il proprio bimbo, non ha mai potuto ammirare quanto fosse bella la sua compiuta opera. Viceversa, quel bimbo scorda quotidianamente il sacrificio di sua madre, pasticciando su una cartina di cui ha smesso da tempo di comprendere il significato. Così, 3 milioni e mezzo di litri di sangue, vengono lavati via da strette di mano, sorrisi e fotografie, nella nostra più completa indifferenza. Abbiamo dimenticato.

Giulio Maria Grisotto