A proposito del Ministro Bussetti

L'editore Giuseppe Criseo mi interpella nella mia qualità di insegnante chiedendomi un parere sul nuovo ministro dell’Istruzione (e anche Università e Ricerca, ma su queste ultime non sono tanto competente) Marco Bussetti. Ed eccolo servito.
La sua nomina è certamente un segno di discontinuità, e lo dimostro subito col fatto che le sue prime parole dopo la nomina sono state: “Smantelleremo la 107”.
Ora, la legge 107, impropriamente chiamata da Matteo Renzi “Buona scuola” è nel contempo il punto terminale, il compendio e l’esasperazione di una linea di tendenza che si sviluppa o si accentua almeno negli ultimi vent’anni. La sintetizzo di seguito: la scuola è un’azienda, e nella stanza dei bottoni siede Sua Maestà il Dirigente Scolastico. Costui è titolare di quella che nel Medioevo chiamavano “plenitudo potestatis”: assume i docenti in base  a criteri arbitrari, li premia e li punisce. I docenti, dal canto loro, marginalmente entrano in classe cercando di fare lezione. Dico cercando, perché è abbastanza normale che non vi riescano, data la diffusa indisciplina degli studenti. In ogni modo la loro funzione preminente non è quella di fare lezione o studiare o altro di simile: è quella di compilare moduli, i quali possono essere cartacei oppure on line. Se egli sia un bravo insegnante o meno è un problema inattuale, nel senso che non ha alcuna importanza che i suoi alunni grazie a lui abbiano imparato qualcosa, è invece importante che le loro conoscenze (inesistenti) siano debitamente certificate. 
Che cosa le certifica? Dei moduli, naturalmente. Andiamo avanti: che cosa rende l’insegnante un bravo insegnante, oltre all’accurata e assidua compilazione? Presto detto: la realizzazione di “progetti”, l’assunzione di responsabilità di “tutor”, l’uso del “pedagogese” (lingua settoriale che si usa a scuola costituita da parole inglesi) la prona soggezione al Dirigente.
Gli studenti, dal canto loro, si dividono in varie categorie. Quelli che quando io ero piccolino non sapevano la matematica (come me) si chiamano oggi “discalculici”. Quelli che non sanno scrivere senza commettere svarioni ortografici si chiamano “disgrafici”, quelli che leggono da cani sono “dislessici”. Quelli che non parlano proprio soffrono di “mutismo selettivo”. Quelli che non hanno voglia di andare a scuola e preferiscono andare in giro a spinellarsi soffrono di un “disturbo da ansia di separazione”; se infine si piantano di fronte alla cattedra e minacciano il professore di spaccargli la faccia hanno un “Disturbo oppositivo provocatorio”. Insomma ciò che quando andavo a scuola io era un atteggiamento da correggere con una salva di scapaccioni è diventata ora patologia degna di attenzione, di cura, di tutela, della presenza di docenti ad hoc, e garantisce una promozione quasi automatica. Quest’ultima è pressoché garantita anche ai BES, cioè ai ragazzi affetti da quei “Bisogni Educativi Speciali” i quali, nella loro indeterminatezza da quagliare volta per volta, sono simili alle attenuanti generiche riconosciute dal giudice penale.
Della situazione disciplinare non ti parlo, caro Direttore, perché ne sono talmente piene le cronache che ogni spiegazione sarebbe superflua.
Ecco. Se il Ministro Bussetti riuscirà non dico a “smantellare” questo tipo di scuola, ma di correggerne in parte gli aspetti più esiziali, gliene saremo grati per sempre. E con questo ti saluto.